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Post-Traumatic Stress Disorder: Di cosa si tratta e perché è importante saperlo riconoscere

  • Immagine del redattore: Paola Pellegriti
    Paola Pellegriti
  • 1 lug 2021
  • Tempo di lettura: 5 min

Giugno è stato il mese sulla consapevolezza del Disturbo da Stress Post-traumatico e noi di Spazi del Sé abbiamo deciso di scrivere una piccola e sintetica illustrazione di tale disturbo, per mettere luce su come si presenta e su come andrebbe trattato.


Il concetto di trauma affonda le sue radici nella psicoanalisi classica, in particolare negli studi sull’isteria di Sigmund Freud. Egli considera il trauma psichico come una reazione emotiva incontenibile in cui il soggetto prova un profondo terrore e sentimento d’impotenza (Breuer, Freud, 1967). Nel testo Introduzione alla psicoanalisi (1976) sostiene, inoltre, che il trauma provoca nella persona “una tale scossa da perdere ogni interesse per il presente e il futuro e da rimanere assorbito psichicamente dal passato in maniera durevole”.


Nonostante il concetto di trauma non sia nuovo per la psicologia, si può notare come nel corso degli anni non sempre è stata presente una condivisione da parte degli studiosi su cosa si debba realmente intendere per trauma. Il pensiero psicoanalitico si era tradizionalmente focalizzato sulle fantasie intrapsichiche (vedi sopra) e sulle pulsioni e desideri inconsci. Adesso i clinici psicodinamici contemporanei danno maggiore sostegno alle influenze patogenetiche prodotte da eventi reali. Da un punto di vista evolutivo-relazionale, non esistono eventi traumatici in sé, bensì il trauma rappresenta l’esito di uno sviluppo traumatico (Farina, Liotti, 2011) che intacca le abilità psicologiche di gestione emotiva dello stress e dunque le capacità di resilienza del soggetto. Queste ultime infatti rappresentano il risultato sia di una predisposizione biologica sia della storia evolutiva del soggetto. Ricordiamo infatti che il sistema bambino-caregiver rappresenta il più grande regolatore affettivo, comportamentale e fisiologico dell’infante.


Daniel Siegel, ne La mente relazionale (2001) ha espresso il concetto secondo cui il trauma evolutivo (inteso come quell’insieme di esperienze di trascuratezza emotiva che la persona vive dall’età infantile e che possono sfociare in abuso sessuale e/o fisico) incide notevolmente sull'ampiezza della cosiddetta finestra di tolleranza allo stress. Di conseguenza, questi soggetti avranno una maggiore vulnerabilità allo sviluppo di sindromi post-traumatiche. Al contrario, soggetti con figure di accudimento funzionali, capaci quindi di sostenere le richieste fisiche ed emotive del bambino, promuovono una maggiore tolleranza allo stress.


Si ipotizza, dunque, che una vulnerabilità genetica interagisca con gli eventi avversi subiti durante l’infanzia e con gli eventi traumatici vissuti in età adulta, incrementando il rischio di sviluppare un PTSD. Tra i fattori di rischio troviamo anche l’abuso infantile e la presenza di ansia e/o depressione preesistenti. Basti pensare che alcune ricerche svolte negli Stati Uniti suggeriscono che il trauma è un’esperienza quasi universale, infatti quasi il 90% della popolazione ha vissuto almeno un evento traumatico nel corso della sua vita (Breslau, 2009). Inoltre, circa il 40% dei soggetti che hanno ricevuto una diagnosi di PTSD continuano ad avere sintomi significativi per oltre dieci anni dopo l’insorgenza del disturbo stesso (Kessler et al., 1995), molti hanno problemi lavorativi non indifferenti (Davidson, 2001). Sebbene in passato si pensasse che la reazione all’evento traumatico fosse proporzionata alla natura oggettiva dell’evento stesso, oggi le ricerche ci dicono che anche eventi di gravità apparentemente modesta possono sfociare in un PTSD a causa del significato soggettivo che viene loro attribuito (Perry et al., 1992). Di conseguenza, possiamo concludere dicendo che il PTSD dipende più da componenti soggettive, come i significati personali o le interazioni tra fattori genetici e ambientali nella storia dell’individuo, che dalla gravità oggettiva dell’evento stressante. Come scrive Donald Kalsched (2001), uno dei maggiori esponenti della scuola junghiana:


Il trauma esteriore non scinde la psiche. È un agente psichico interno -suscitato dal trauma- a operare la scissione”.

Dunque nella patogenesi del PTSD, il trauma psichico assume il primato sul trauma oggettivo e viene riconosciuto come l’elemento primario da cui si originano i sintomi del PTSD, suddivisi nel DSM-5, in quattro cluster:

  • Sintomi intrusivi: Il rivivere l’evento traumatico anche attraverso sogni spiacevoli o flashback;

  • Sintomi di evitamento: Evitamento degli stimoli associati all’evento traumatico come suoni, oggetti, luoghi, persone o situazioni;

  • Alterazioni negative di pensieri ed emozioni: Ad esempio, amnesia dissociativa, distorti pensieri relativi alla causa o alle conseguenze dell’evento traumatico, persistenti emozioni di paura, rabbia, colpa, vergogna, incapacità di provare emozioni positive, sentimenti di distacco verso gli altri;

  • Alterazioni dell’arousal e della reattività: Ad esempio, comportamento irritabile ed esplosioni di rabbia, comportamento spericolato o autodistruttivo, ipervigilanza, problemi di concentrazione, difficoltà legate al sonno.

Nel trattamento dei soggetti con PTSD è importante prima di tutto valutare attentamente la sintomatologia, inclusa quella dissociativa. Questi pazienti richiedono un approccio multifasico, che include interventi volti all’identificazione e alla modificazione degli schemi di attaccamento e a sviluppare maggiori capacità di regolazione delle emozioni e dei pensieri associati all’evento traumatico.


Dal punto di vista psicodinamico i principali approcci terapeutici per il PTSD sono:

  • Il trattamento basato sulla mentalizzazione (Mentalization-Based Treatment, MBT, Allen, Fonagy e Bateman, 2010), volto a incrementare la mentalizzazione, integrare gli affetti con le loro rappresentazioni, lavorare prevalentemente con gli stati mentali attuali;

  • La psicoterapia sensomotoria (sensorimotor psuchotherapy, Ogden, Minton, Pain, 2006) che implica un lavoro specifico sulle sensazioni fisiche ripetitive e ingestibili, sulle inibizioni dei movimenti e sulle intrusioni somato-sensoriali caratteristiche dei traumi non risolti, intervenendo direttamente sul corpo per ridurre i sintomi e per promuovere cambiamenti nei tre livelli di elaborazione delle informazioni (sensoriale, emotivo e cognitivo);

  • Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR, Shapiro, 1987), procedura volta alla riduzione, attraverso la desensibilizzazione mediata dalla consapevolezza delle sensazioni corporee, della sofferenza associata al trauma. Questo intervento prevede che il paziente porti alla mente l’immagine del trauma, muovendo contemporaneamente gli occhi a destra e sinistra. Ciascun ciclo di stimolazione bilaterale induce il soggetto ad elaborare le emozioni, le sensazioni e i pensieri associati al trauma.

In ogni caso, indipendentemente dalla scelta dell’approccio da utilizzare, nei pazienti con PTSD la psicoterapia individuale deve essere altamente personalizzata. L’integrazione delle esperienze traumatiche deve essere bilanciata in base alle capacità del singolo soggetto di tollerare l'intensità degli affetti ad esse associati. È importante ricordare che i pazienti hanno il diritto di sentirsi come si sentono e non bisogna incalzarli nel procedere con ritmi eccessivi e disorganizzanti, rispettando i loro tempi empaticamente. La costruzione di una solida alleanza terapeutica in cui il paziente possa sentirsi protetto e al sicuro è l’elemento decisivo per il successo della terapia.


NB: Questo breve scritto si presenta volutamente in forma sintetica e non esaustiva poiché volto non all’autodiagnosi di un disturbo mentale, bensì al fare chiarezza sui sintomi del PTSD, in modo da imparare a riconoscere chi e quando necessita di un aiuto psicologico. Ognuno di noi può fare la differenza, per sé e per gli altri. Al resto ci pensa l’aiuto e la preparazione dei professionisti della salute mentale.


Dott.ssa Paola Pellegriti,
Psicologa

Cenni bibliografici


Gabbard, G.O. (2015). Psichiatria psicodinamica: Quinta edizione basata sul DSM-5. Raffaello Cortina.

Craparo, G. (2013). Il disturbo post-traumatico da stress. Carocci Editore.

American Psychiatric Association. (2014). DSM-5: Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Edizione 5. Raffaello Cortina.

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