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3 riferimenti alla psicopatologia nei romanzi di Harry Potter

  • Immagine del redattore: Alessia Marino
    Alessia Marino
  • 3 dic 2020
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 11 gen 2021

*** Spoiler Alert! Nell'articolo sono contenuti significativi avvenimenti dei romanzi di Harry Potter. Se non l'avete ancora fatto, vi invitiamo a leggerli e a vedere i film, prima di immergervi nella lettura! ***




La serie di romanzi di J.K. Rowling, famosi in tutto il mondo per aver avvicinato milioni di persone, sia adulti che bambini, al fascino della magia, presenta al suo interno contenuti spesso molto profondi. I personaggi, infatti, sono tutti ben costruiti e delineati anche da un punto di vista psicologico.


Per tal motivo, si ritrovano tra le righe riferimenti, a volte velati e a volte molto espliciti, anche alla patologia psichica. Di seguito, vengono presentati tre esempi!


1) Depressione


Il tema del lutto e della perdita è molto trasversale in Harry Potter. La serie, infatti, si apre proprio con un bambino (lo stesso Harry) che deve essere lasciato agli zii perché ha appena perso i genitori. Durante gli episodi successivi, Harry dovrà affrontare altre perdite di figure di riferimento, quali il padrino Sirius Black e il preside della scuola Albus Silente. Sarà l’aiuto dei suoi più cari amici ad aiutarlo ad elaborare questi lutti. Tuttavia, la depressione viene anche brillantemente incarnata nella figura inquietante e affascinante dei dissennatori, i mitici guardiani della prigione di Azkaban in grado di “risucchiare” la felicità di chiunque incontrino, seminando tristezza e dolore. Non a caso, per stare meglio dopo il loro passaggio serve mangiare del cioccolato (correlabile ad una forma di “comfort eating”). Inoltre, l’unico incantesimo in grado di mandarli via è l’”Incanto Patronus”, riproducibile pronunciando la formula “Expecto Patronum” che in latino si traduce in “aspetto un protettore”. Tuttavia, si tratta di un protettore interno, che prende la forma di un animale che rappresenta la persona che lo evoca. Solo se il mago o la strega che lancia l'incantesimo riesce a pensare ad un ricordo particolarmente felice ed intenso diventa in grado di pronunciarlo correttamente e allontanare i dissennatori.


"Esultano nella decadenza e nella disperazione, svuotano di pace, speranza e felicità l’aria che li circonda. […] Se ti avvicini troppo a un Dissennatore, ogni sensazione piacevole, ogni bel ricordo ti verrà succhiato via. Appena può, il Dissennatore si nutrirà di te abbastanza a lungo da farti diventare simile a lui… malvagio e senz’anima. Non ti rimarranno altro che le peggiori esperienze della tua vita. [...] Ti gelano dentro […] Non hanno bisogno di muri per tenere i prigionieri, i loro prigionieri restano intrappolati nelle loro stesse menti."

(Harry Potter e il prigioniero di Azkaban)


2) Disturbo da stress post-traumatico (PTSD)


Harry stesso, all’inizio del quinto libro “Harry Potter e l’ordine della fenice”, comincia ad avere delle manifestazioni tipicamente post-traumatiche. Infatti, per lui inizierà un periodo molto difficile, caratterizzato da continui flashback e incubi che lo costringono a rivivere alcune scene molto forti ed emotivamente intese, sensazioni di iperarousal, ovvero di facile trasalimento ad ogni minimo rumore, e oscillazioni tra sensazioni di solitudine e forte rabbia. Infatti, già nel primo capitolo del quinto libro, viene rappresentato Harry che dopo aver sentito uno scoppio, scatta subito in piedi con la bacchetta in mano pronto a combattere. Subito dopo, risponde aggressivamente allo zio che lo aveva incolpato del rumore, per poi scappare in preda a sensazioni di tristezza e solitudine nelle quali si chiede se i suoi amici si stiano preoccupando per lui. Poco dopo, Harry si chiede se effettivamente ha sentito o meno un botto o se stia impazzendo per poi sfogare la propria rabbia interna provocando il cugino più alto e grosso di lui. Questi passaggi rappresentano una brillante, quanto estremamente verosimile, descrizione di un quadro di PTSD. In questo caso, possiamo ipotizzare che lo sviluppo della sintomatologia abbia avuto origine da un evento scatenante di forte impatto emotivo, ovvero la scena del cimitero alla fine del volume precedente, nella quale Harry è costretto ad assistere passivamente, senza poter intervenire, prima all’uccisione dell’amico Cedric Diggory e poi all’ascesa del suo acerrimo nemico, Lord Voldermort. Tuttavia, in parallelo, tali manifestazioni sintomatiche possono essere il risultato della somma delle diverse “micro” (si fa per dire) esperienze traumatiche che hanno portato il protagonista, alla fine di ogni anno accademico, a confrontarsi in qualche modo con Voldemort e con la minaccia di un suo possibile ritorno, evento che effettivamente si concretizza proprio alla fine del quarto anno. L’aspetto interessante è che, per Harry, il trauma viene rappresentato come un “pezzetto di Voldemort” dentro la sua testa, che in qualche modo lo controlla, facendogli vedere ciò che il nemico vuole che veda. La “terapia” in questo caso, che il professo Piton prova ad insegnarli è rappresentata dall’occlumanzia (termine composto dal verbo occludere, che in latino significa chiudere, sbarrare; e dalla parola mentis, che vuol dire mente), ovvero una tecnica che aiuta a chiudere la mente all’invasione del nemico e dunque, in questo caso, dallo stesso trauma. Per essere utilizzata, questa tecnica, necessita che il mago o la strega svuoti completamente la mente dalle emozioni, rendendola una tabula rasa, e che si rilassi. Riflettendoci, ciò non sembra distante dalle modalità difensive maggiormente utilizzate nel tentativo di “dissociare” l’esperienza traumatica e rinchiuderla in un angolo della mente dove non possa fare danni.

"[...] a volte, quando la tua mente è più rilassata e vulnerabile - durante il sonno, per esempio - tu condividi [con Voldermort] i suoi pensieri e le sue emozioni. Il preside ritiene che questo non debba continuare. Desidera che io ti insegni a chiudere la mente al Signore Oscuro."

(Severus Piton in Harry Potter e l’Ordine della Fenice)



Meritano in questo ambito di essere citati anche i Thesdral, creature a metà tra un cavallo e un drago, neri come la morte, e scheletrici. Essi possono essere visti solo da coloro che hanno assistito consapevolmente alla morte di qualcuno.

Harry li potrà vedere infatti solo dal quinto anno in poi, avendo alla fine del quarto assistito all’uccisione di Cedric Diggory. Queste creature incarnano in qualche modo il dolore del trauma. Chi ha vissuto uno dei dolori più grandi, ha ormai visto tutto, e tutto può vedere.




3) Maladaptive Daydreaming (MD)


Passiamo adesso ad un riferimento interessante, in quanto correlato ad una condizione ancora non ufficialmente riconosciuta come patologica ma che, soprattutto negli ultimi tempi, sta acquistando pian piano il giusto riconoscimento. Ci riferiamo al Maladaptive Daydreaming, ovvero “sognare ad occhi aperti disadattivo”, una forma di dipendenza dall’attività del fantasticare scoperta da Eli Somer nel 2002. I soggetti che ne soffrono lamentano un bisogno incontrollato e sempre maggiore di rifugiarsi all’interno di un mondo di fantasie da loro stessi creato che li porta a trascurare sempre di più la loro vita sociale e professionale. In Harry Potter ritroviamo qualcosa di simile rappresentato in particolare da un oggetto, ovvero lo “specchio delle brame”. Particolare, in quanto chiunque ci si specchia vedrà sé stesso nella “migliore versione di sé” ovvero con i propri più profondi desideri e fantasie realizzati. Albus Silente, saggio preside della scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, mette in guardia il giovanissimo Harry sul potere di tale oggetto sottolineando che, per quanto affascinante, sia estremamente pericoloso perché rischia di intrappolare chi ne fa uso in un mondo di fantasie non reali rischiando dunque di “dimenticarsi di vivere”.


"[Lo specchio] ci mostra né più e né meno quello che desideriamo più profondamente e più irresistibilmente in cuor nostro. […] E, tuttavia questo specchio non ci dà né la conoscenza né la verità. Ci sono uomini che si sono smarriti a forza di guardarcisi. […] Ricorda: Non serve a niente rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere

(Albus Silente in Harry Potter e la pietra filosofale).



Questi sono solo alcuni spunti di riflessione sulle tematiche psicologiche e psicopatologiche che ricorrono nei romanzi della saga di Harry Potter. Non è un caso che le storie del maghetto siano state tanto apprezzate a livello mondiale. La Rowling non ci ha solo regalato un mondo magico fatto di incantesimi e creatura fantastiche, idealizzato e irraggiungibile, ma attraverso la sua incredibile immaginazione, non ha fatto altro che mostrare la realtà grazie a personaggi che, oltre che maghi e streghe, sono soprattutto estremamente umani, a volte deboli e fragili, non diversi dai loro appassionati lettori.


Dott.ssa Alessia Marino,
Psicologa e Psicoterapeuta in formazione

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