top of page

Il Cuculo: viscido approfittatore o semplice seguace dell’istinto?

  • Immagine del redattore: Erika Ferrante
    Erika Ferrante
  • 10 ago 2020
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 11 gen 2021

Non è facile recensire un classico come “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, proprio per questo premetto che la mia non sarà una recensione ma una semplice riflessione. È infatti inevitabile ritrovarsi a riflettere dopo aver visto questo capolavoro di Miloš Forman. Ciò che ho apprezzato moltissimo è la poliedricità dei possibili punti di vista della storia: mi limiterò alle tre principali possibili letture, seguendo una gerarchia temporale.



1° livello: Le passioni

Ad una visione d’impatto, di pancia, si nota la freddezza e la cattiva gestione dell’Ospedale Psichiatrico di Stato di Salem. I pazienti sembrano povere vittime, rinchiuse malamente in una gabbia sterile e grigia (atmosfera resa perfettamente dalla fotografia di Haskell Wexler). Troviamo il protagonista Randle Patrick McMurphy, personaggio interpretato eccezionalmente da Jack Nicholson, catapultato in un istituto psichiatrico degli anni ‘60. Il suo arrivo sembra sconvolgere lo status quo. Ma sconvolgere in che senso? Positivamente forse? A questa domanda è difficile rispondere. Grazie a lui appaiono sorrisi nei volti, prima apatici e spenti, dei pazienti. Ma a causa sua accadono anche terribili tragedie (basti citare la tragica fine di Billy). Vediamo il nostro protagonista vivere al 100% ogni sua esperienza, mentre segue inesorabilmente un excursus crescente che lo condurrà alla rovina finale. Impossibile definire questo personaggio. “Credete sia pazzo?”: neanche il direttore dell’istituto o le severe infermiere della struttura sanno rispondere. Ciò che è certo è che Randle non è uno psicopatico: ha dei sentimenti, a suo modo anche prosociali. È sensibile verso i deboli, sa anche dimostrarsi paziente e gentile. Sembra che Mc (come verrà chiamato dai suoi compagni), nella sua grossolana esuberanza, stia soltanto vivendo. Forse malamente, e di certo pericolosamente. Nonostante i suoi crimini, la sua insofferenza verso le regole e addirittura il suo folle gesto alla fine del film, sfido chiunque a definirlo pazzo o cattivo. Il regista ci sta chiaramente mettendo alla prova. Cos’è la pazzia? Cos’è la normalità? Chi sono i buoni e chi i cattivi? Ed ecco che lo spettatore passionale ci dirà che Mc è solo la povera vittima di un’istituzione rigida e crudele: Mc è il buono mentre l’antagonista per eccellenza è proprio Miss Ratched che forse meglio di chiunque altro incarna lo spirito del manicomio.


2° livello: La logica


Ecco che dopo l’istinto, subentra la razionalità. No, McMurphy non è il buono. È un soggetto evidentemente pericoloso. Potremmo definirlo disturbato, precisamente antisociale. E da studiosa (e appassionata) di psicologia, posso confermarlo. I criteri diagnostici sono largamente soddisfatti: non segue le regole e le norme, non si preoccupa delle conseguenze delle proprie azioni, è aggressivo e rabbioso, ha ripetutamente avuto problemi legali, non si preoccupa della sicurezza propria e altrui (la gitarella in barca, che ci appare come un momento di spensieratezza, è stata in realtà un atto pericoloso e sconsiderato) e non si assume le proprie responsabilità finanziarie e lavorative. Ad uno spettatore razionale, la simpatia di Mc appare come una manipolatoria apparenza: egli non è altri che un parassita che si prende gioco della società e delle sue istituzioni. McMurphy è il cattivo della storia. E Miss Ratched? È lei la buona! (NB: Questa analisi si rivolge unicamente al film, non al romanzo da cui è tratto, dove i fatti sono notevolmente diversi). La sua rigidità è soltanto sintomo di attenzione e professionalità. Che altro poteva fare Miss Ratched? Assecondare le follie e le intransigenze di un paziente? Si nota anche che l’estrema soluzione finale nei confronti del nostro belligerante protagonista è stata l’ultima risorsa assunta dall’istituto: si è tentato di venirgli incontro, dopodiché si è passati all’elettroshock e soltanto quando il paziente è divenuto evidentemente pericoloso, è stato necessario ricorrere alla lobotomia.


3° livello: L’uomo


A mio parere entrambe le prime due analisi, sono errate. Sfocerò nella banalità dicendo che la verità sta sempre nel mezzo. Nessuno è buono, nessuno è cattivo. Il messaggio del film, a mio parere, è proprio questo. Indubbiamente Mc è un soggetto pericoloso, molto probabilmente ha un disturbo antisociale di personalità. Indubbiamente l’istituzione sta solo facendo ciò che deve per risolvere tale problema. Tuttavia, è chiaro che la mancanza di flessibilità e di empatia e i rigidi e sterili programmi terapeutici della struttura, sono dei problemi assolutamente non trascurabili. Proponendo la visione di una partita di baseball, facendo scoprire l’amore a Billy, dando un po’ di coraggio a Cheswick e addirittura la “parola” al silenzioso Grande Capo, Randle non ha fatto altro che anticipare l’odierno approccio terapeutico. I pazienti psichiatrici sono esseri umani, non oggetti da relegare in un angolo e da tenere buoni e zitti. Ogni essere umano è diverso, ha propri punti di forza e proprie debolezze e naturalmente necessita di empatia. Lo scopo dell’istituzione psichiatrica non è la detenzione ma la riabilitazione. Le cure psichiatriche e psicologiche devono mirare al reinserimento del soggetto nella società, dandogli supporto e facendolo gradualmente divenire capace di acquisire (o ri-acquisire) tutta l’autonomia possibile. Bisogna che l’approccio alle cure sia ecologico, vicino alla realtà e non alienante! Nonostante il film risalga al 1975, possiamo vedere che Mc era inconsapevolmente ben consapevole di tutto questo. Mc è un profeta. Ne buono, ne cattivo. È un uomo. Come sono uomini tutti i personaggi di questa meravigliosa pellicola.



Dott.ssa Erika Ferrante,
Psicologa, Psicoterapeuta in formazione


Commenti


Modulo di iscrizione

Il tuo modulo è stato inviato!

  • Facebook
  • Instagram

©2020 Spazi del Sé

bottom of page