Provaci ancora, Sam: La nevrosi va in scena!
- Alessia Marino

- 17 feb 2021
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 20 mar 2021

Provaci ancora Sam è un film di Herbert Ross del 1972, tratto dall’omonima opera teatrale di Woody Allen. La pellicola mette in scena in maniera straordinariamente naturale il disagio esistenziale della nevrosi, grazie anche (e forse soprattutto) all’interpretazione magistrale dello stesso Woody Allen, che trova nel personaggio di Sam un perfetto alter-ego in grado di incarnare piuttosto fedelmente la sua stessa nevrosi. Il protagonista del film è infatti Sam Felix, un critico cinematografico di 29 anni che si presenta sin da subito come goffo, impacciato, ipocondriaco, ossessionato dalle medicine (“aspirinomane”) e tremendamente insicuro. Tali caratteristiche di personalità emergono soprattutto in vista dell’abbandono del tetto coniugale della moglie, stanca del loro matrimonio e dell’eccessivo senso di oppressione provocatogli dal marito. Sam non solo dà vita e voce al disagio nevrotico, ma riesce a trascinare lo spettatore dentro la sua nevrosi, partendo dalla scena iniziale nella quale viene mostrato al pubblico il finale del film Casablanca di cui Sam conosce perfettamente le battute a memoria. Risulta immediatamente evidente il piacere voyeuristico di Sam, il quale sceglie come mestiere, non a caso, di recensire le pellicole perché ama “guardare”, identificarsi con gli eroi e antieroi protagonisti, rinchiudendo ogni aspetto attivo dell’esistenza nella categoria “roba da film” limitandosi a rimanere un eterno e passivo spettatore. Quando la moglie lo lascia proprio perché, al contrario del marito, preferisce “fare piuttosto che guardare” egli si sente costretto a mettere tutto il suo funzionamento in discussione, facendo emergere in maniera sempre più evidente le insicurezze e gli aspetti, tipicamente nevrotici, legati all’ambivalenza e al conflitto (oscillando tra “tanto peggio per lei che se ne è andata… adesso mi apro un night club tra spogliarelliste e danzatrici del ventre” a momenti in cui si lascia travolgere dallo sconforto e dal senso di solitudine dovuto alla convinzione di non essere in grado di conquistare una donna).
Incline alla razionalizzazione, all’intellettualizzazione e all’autoironia, dà vita a monologhi spesso tanto contorti quanto illogici dallo scopo autoconsolatorio che riveleranno anche problematiche legate alla sfera sessuale, probabilmente connesse alla sua angoscia di castrazione della quale, sembrerebbe, che il suo psicoanalista si fosse reso conto. “Il mio psicoanalista dice che è un problema sessuale, ma è ridicolo come fa ad essere un problema sessuale se non avevamo neanche rapporti?”. Allo stesso tempo Sam si mostra come estremamente autocritico e autogiudicante, percependosi come sbagliato e sporco. Ha bisogno di mettere litri di profumo al gelsomino nel tentativo di coprire questa sensazione interna proiettandola anche all’esterno quando, per esempio, ammirando il panorama della casa sul mare dice: “molto bello con la nebbia che sta venendo avanti, però si vedono ancora i gabbiani che volano sopra lo scarico delle fogne”. Tale immagine rappresenta perfettamente il suo vissuto profondo correlato all’imperfezione, al sentire che ci sia sempre qualcosa di sbagliato, dal quale vorrebbe allontanarsi e volare via ma che in realtà è sempre lì al punto che nemmeno la nebbia riesce a coprirlo.

Gli altri due personaggi principali, la coppia di amici che tenta di tirargli su il morale, risultano altrettanto interessanti anche per comprendere meglio il funzionamento dello stesso protagonista. Dick è un azionista dalla personalità indubbiamente narcisistica, caratterizzata dalla scarsa empatia e scarsa considerazione dell’altro, dedito solo ai propri successi. La moglie Linda è invece una donna crocerossina, dolce ed empatica, che tende spesso a somatizzare il dolore dovuto alle trascuratezze del marito, motivo per il quale troverà riconoscimento nelle attenzioni impacciate ma sincere di Sam. Dalla descrizione degli altri personaggi, lo schema mentale e relazionale di Sam risulta ancora più chiaro. Egli sente spesso il bisogno di nascondersi dietro chi ostenta sicurezza. Per tal motivo si porta sempre dietro l’immagine di Bogart, protagonista del film Casablanca, con il quale intraprende anche delle conversazioni apparentemente allucinatorie, ma che in realtà, altro non sono che dei sogni ad occhi aperti. Ritroviamo questa attività di fantasticheria lungo tutto il film e Sam, pur riconoscendone l’irrealtà, sente spesso il bisogno di rifugiarsi in essa, poiché rappresenta per lui il compromesso ideale, in quanto unica possibilità di dare sfogo ai suoi profondi desideri pulsionali, rimanendo allo stesso tempo spettatore. Il problema si presenta quando, in situazioni in cui si sente particolarmente sottopressione, Sam tende a confondere i confini tra realtà e fantasia (direbbe Freud, tra processo primario e secondario) e ciò spesso gli impedisce di relazionarsi con l’altro in manifesta funzionale (ad esempio quando scambia la collega di Dick per una vera ninfomane e le salta addosso dando per scontato che così avrebbe avuto successo).

Si potrebbe ancora dire, che i sentimenti che maggiormente sembrano governare il personaggio sono la vergogna e il senso di colpa. La prima rappresenta indubbiamente un sentimento estremamente profondo e primitivo che coinvolge l’intero Sé. Egli, dunque, nel tentativo maldestro di sfuggirvi indossa una maschera che ha la forma dell’immagine da lui stesso introiettata del personaggio di Bogart, che rappresenta il suo io ideale. Linda, ormai diventata la sua principale confidente, si rende conto che dietro i continui fallimenti con le donne di Sam vi è proprio il tentativo di nascondere violentemente il suo vero Sé.
"Perché ti devi mettere una maschera ogni volta che incontri una ragazza? Limitati ad essere come sei!”
Non a caso lei sarà l’unica ad entrare in contatto con la parte autentica di Sam, con tutte le sue fragilità e insicurezze, finendo con l’innamorarsene. Quando Sam capisce di provare dei sentimenti per la moglie del suo amico, trovandosi inaspettatamente a dar loro sfogo non solo in fantasia, ma anche nella realtà, prova a lenire il suo profondo senso di colpa fantasticando che l’amico decida di partire per l’Alaska perché innamorato di una eschimese, oppure di scoprire addirittura che a Dick restano solo due mesi di vita. Non a caso, il successo vero per Sam arriverà sul finale, quando invita Linda a partire con il marito, rinunciando dunque, alla loro storia d’amore, superando di fatto un complesso edipico probabilmente non del tutto risolto e che vede nella coppia di amici la reincarnazione della coppia genitoriale.

Alla fine, infatti il suo io ideale/Bogart, dirà a Sam, con fierezza: “Sei stato grande, ti sei creato uno stile personale”. Finalmente Sam si mostra libero dalle rigidità di un ideale irraggiungibile e potrà, dunque, provare ad affrontare la realtà in modo più autentico. Andando via finalmente da solo, lasciandosi alle spalle Bogart mentre gli dice “Provaci ancora, Sam!”, lascerà intendere allo spettatore che egli ha imparato dall’esperienza e che adesso, pur rimanendo “bassino e bruttino” può, esattamente come il suo idolo, avere comunque successo con le donne. Sam non ha più bisogno di imitare per essere, non ha più bisogno di alcuna maschera, può essere ciò che è senza vergogna.
Dott.ssa Alessia Marino,
Psicologa e Psicoterapeuta in formazione



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