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Lars von Trier e la Trilogia della Depressione: Quando il malessere si trasforma in Arte

  • Immagine del redattore: Paola Pellegriti
    Paola Pellegriti
  • 21 gen 2021
  • Tempo di lettura: 9 min

** Spoiler Alert! Nell'articolo sono contenuti significativi avvenimenti dei film di Lars von Trier. Se non l'avete ancora fatto, vi invitiamo a vederli, prima di immergervi nella lettura! **


Lars von Trier (LvT) non ha certo bisogno di presentazioni, il suo cinema viene spesso osannato o massacrato dalla critica, tuttavia bisogna riconoscere che nel bene o nel male, è difficile rimanere impassibili di fronte alla visione delle sue pellicole. In questo articolo verrà analizzata e commentata la famosa “trilogia della depressione”, contenente in realtà non tre bensì quattro film: Antichrist (2009), Melancholia (2011) e Nymphomaniac (Vol. I e Vol. II, entrambi del 2013).



Prima di tutto, merita uno spazio il tortuoso e labirintico percorso che ha permesso al regista di dare forma cinematografica al proprio disagio, alle proprie paure, ossessioni e inibizioni, erigendo il suo cinema ad una vera e propria autoanalisi (o autoterapia ?) che gli ha dato senz’altro il beneficio di scendere a patti con il proprio malessere psichico. Basti pensare al fatto che durante le riprese di Antichrist, LvT era vittima di una depressione così debilitante da non riuscire nemmeno a tenere in mano la camera, fatto che lo costrinse a fermare la lavorazione cinematografica. Infatti, come ha dichiarato lo stesso regista:

«Ho sempre sofferto di ansia che col tempo si è trasformata in depressione ed il trattamento per uscirne è fare qualcosa ogni giorno. Fare un film è un’attività che richiede programmazione, quindi usavo il film come motivo per alzarmi dal letto.»

Questa dichiarazione mette letteralmente sotto i riflettori come il processo creativo abbia tenuto impegnato, e probabilmente salvato, il regista danese, impegnandolo in una routine di lavoro e programmazione che gli ha permesso di svincolarsi dalla pulsione di morte (freudianamente intesa) e dunque dalla costrizione dell’immobilità tipica della depressione, spingendolo verso quella spinta vitale e libidica necessaria per superare l’apatia e l’anedonia di quell’oscuro periodo. La trilogia della depressione non è altro che una caotica ma profonda testimonianza della psicopatologia del regista, la quale è stata da lui stesso abilmente proiettata sulle caleidoscopiche vicende messe in scena e sulla psiche dei personaggi, costruiti in modo così maniacale e preciso da non lasciare spazio ad interpretazioni fuorvianti. Insomma, un’introspezione di questo calibro è cosa assai rara nel mondo del cinema. Questa trilogia vede un LvT totalmente calato nell’identificazione con la presenza tutta al femminile delle sue protagoniste, con le quali sembra fondersi attraverso le loro menti tormentate, nient’altro che mere proiezioni della sua. Il regista racconta con cura la ribellione femminile alla vulnerabilità che le è propria e per farlo ricorre a tre sfaccettature diverse della psicopatologia, comune denominatore delle tre pellicole. In ordine: l’irrazionalità e il senso di colpa, la depressione, e infine la compulsione tipica della dipendenza (quello che oggi in un linguaggio clinico viene identificato sotto il termine di craving). Così facendo, LvT affronta il suo caos mentale intraprendendo un nuovo progetto cinematografico che, come detto, ha tutta l’aria di un’attenta autoanalisi e di un tentativo ben riuscito (almeno dal punto di vista artistico) di reagire alla sua depressione, riuscendo a mettere in atto, anzi, in pellicola, la ormai famosa citazione di Nietzsche (1883): “Bisogna aver ancora un caos dentro di sé per poter generare una stella danzante”. La stella danzante di Lars von Trier è composta da tre parti, andiamole a vedere.


Antichrist


“Nelle cose spirituali bisogna essere onesti fino alla durezza”

(Nietzsche, L’Anticristo,1888)



Antichrist, primo film della trilogia, narra della drammatica vicenda della perdita di un figlio, da parte di una coppia, e il tentativo di elaborazione del lutto che ne consegue. I due protagonisti al centro della vicenda non hanno un nome, “Lui”, psicoterapeuta, riesce ad elaborare tale lutto molto facilmente, “Lei” si sente estremamente in colpa per l’accaduto. Infatti, il figlio cade dal balcone dopo aver assistito alla cosiddetta scena primaria, mentre i due, appunto, stavano facendo l’amore e la madre cade nel braccio di una depressione sempre più profonda. Lui decide di curarla personalmente pur di non affidarla a qualche collega psicologo e la porta nella loro tenuta in campagna per farle elaborare il trauma e il senso di colpa.



Da questo momento in poi la vicenda si snoda all’interno di un caos infernale.

Antichrist, non è altro che la rappresentazione metaforica di un luogo, più mentale che fisico, di un conflitto dal sapore squisitamente atavico e archetipico, nonché quello tra il femminile e il maschile. Non è un caso se i “non-nomi” dei due protagonisti siano Lui e Lei e non lo è nemmeno il fatto che il primo è l’incarnazione della ragione, il logos, e la seconda è un distillato di istinto puramente animale, osceno e ricco di corporeità, tramite la quale la stessa esprime ogni sua emozione e pensiero, fino a tagliarsi il clitoride per il senso di colpa e il disgusto nei confronti della sua sessualità, la stessa che lei ritiene responsabile per la morte del figlio. Lui e Lei non sono altro che la rappresentazione umana del conflitto non tra i sessi, bensì tra la logica e il caos. Antichrist mette in scena non semplici personaggi ma vere e proprie pulsioni, psicosi e sofferenze soffocanti all’interno di un ambiente naturale e selvaggio chiamato niente meno che Eden (così si chiama la tenuta di campagna dei due protagonisti). Questo luogo dal nome così esplicativo e promettente non è altro che un inganno, un luogo interiore, all’interno del quale prende vita una introspezione drammatica e terrificante che si trasforma in un incubo in cui l’ambiente esterno non è altro che una proiezione di angosce e turbamenti senza fine. Nell’Eden, in questo tipo di Eden, ogni cosa svelerà la sua Natura brutale, in grado di massacrare e divorare i due protagonisti, poiché, appunto, “Chaos reigns” (Il caos regna).



Ogni elemento di Eden emana senso di colpa e peccato. Un altro riferimento interessante è quello al mito di Edipo, il quale diviene esplicito quando Lei, vedendo delle fotografie, si rende conto di aver sempre messo le scarpe al bambino in modo sbagliato (la scarpa destra nel piede sinistro e viceversa), scoperta che la porta alla conclusione che la caduta mortale del piccolo sia stata causata proprio dalla deformazione dei suoi piedini.

Per LvT Antichrist, così come le altre due pellicole, è un’esperienza liberatoria e catartica, un percorso introspettivo che si snoda attraverso i fili della follia e del dolore, un vero e proprio inferno in cui Adamo (Lui) soccombe impietosamente alla violenza non di una Eva accondiscendente bensì di una Lilith in preda ad un delirio sadomasochistico. Antichrist vede Lars von Trier come il giudice spietato del proprio Caos, reso esplicito e senza censure. Infatti, come fa pronunciare a Lui, chiara rappresentazione della parte razionale del regista, “tirare fuori è l’unica cosa che funziona davvero”.


Melancholia


Il secondo film della trilogia racconta la storia di una danza celeste della morte. Attenzione però, questo non vuol dire che sia un film sulla fine del mondo, ma come ha dichiarato lo stesso Lars von Trier: “è un film su di una condizione mentale”. Il titolo, Melancholia, nonchè il nome del pianeta che si scontrerà contro la Terra, fa ben intendere quale sia la vera protagonista di questo film. Abbiamo due sorelle, Justine e Claire, e anche loro sono la rappresentazione archetipica di due tendenze opposte che si contrappongono e che delineano la dialettica alla base dell’Archetipo del Femminile, diviso, secondo Neumann in due caratteri, l’elementare e il trasformatore, perfettamente incarnati da Justine e Claire. La prima è governata dalle passioni, la seconda dalla razionalità, ma entrambe, seppur diverse, hanno risentito del malsano ambiente famigliare in cui sono cresciute. Durante il primo capitolo del film, incentrato sul matrimonio di Justine e sulla fine di questo durante la stessa notte, si rende nota l’estrema apatia della protagonista, “Si, poteva essere tutto diverso. Però, Michael, che cosa ti aspettavi?”, dice lei al marito prima di andarsene.



Una volta rivelata la premorbosa inclinazione alla depressione di Justine, nel secondo capitolo si ha la piena evidenza sintomatologica della patologia. Justine dorme tutto il giorno, non ha forze fisiche e mentali, non riesce nemmeno ad essere autosufficiente nella propria igiene personale e nell’alimentazione. Qui avviene il paradosso: più Melancholia si avvicina alla Terra in modo ineluttabile, più Justine si sente serena, il suo estremo nichilismo trova finalmente un luogo in cui essere collocato e la consapevolezza, quasi la speranza, che la Terra sarà distrutta sembra darle pace. Inoltre, è evidente come Justine si senta in massima sintonia con Melancholia, la vediamo addirittura nuda a masturbarsi sotto la luce blu emanata dal pianeta in avvicinamento, in un atteggiamento di totale estasi. Infatti non ha importanza se il momento della sua “trasformazione spirituale” è causato dall’avvicinarsi delle tenebre poiché la notte, come sostiene Neumann:

“Non solo [la notte] rinnova la vita nel suo ciclo ma, trascendendo l’oscurità terrena, eleva la sua essenza tramite l’irruzione di forze profonde, che consentono all’umanità di raggiungere, nell’ebbrezza e nell’estasi, nella poesia e nell’illuminazione, nella profezia e nella saggezza, una nuova dimensione di spirito e di luce.”

Appare evidente il parallelismo con il disturbo depressivo, espresso nel film attraverso la metafora della fine del mondo. Nel depresso l’apocalisse non è altro che la morte del mondo interno, Freud stesso in Lutto e melanconia (1917), scriveva che “nel lutto il mondo si è impoverito e svuotato, nella melanconia impoverito e svuotato è l’Io stesso”. Il pianeta Melancholia riunisce e sintetizza la fine del mondo con la morte del mondo interiore.



Anche qui non mancherà l’ennesima figura maschile estremamente “logica” ed egoista, John, marito di Claire e uomo di scienza, è incapace di dire la verità sullo schianto di Melancholia e finisce per essere vittima di se stesso e della Natura, suicidandosi e abbandonando la moglie e il figlio prima dell’Apocalisse. Probabilmente John rappresenta un ulteriore identificazione di LvT con la sua parte razionale ma fallimentare, un anti-eroe che ricorda un eterno Giasone che soccombe alla forza e all’impeto passionale della donna Medea. Tuttavia, si scoprirà come le identificazioni più forti da parte del regista danese siano con i personaggi dell’altro sesso, infatti, come rilasciato dall’attrice Charlotte Gainsbourg (presente in tutta la trilogia nei panni di “Lei”, “Claire” e “Joe”) in un’intervista: “ogni forma femminile di un suo film, in verità, è Lars stesso”. La donna vista non come cavia e vittima ma come vettore fondamentale attraverso il quale intraprendere una convinta introspezione. Non è un caso se, vista la profonda depressione del regista, sia proprio la Justine di Melancholia ad essere considerata da Lvt stesso il suo alter-ego per eccellenza.


Nymphomaniac (vol. I e vol. II)



Dopo aver messo in scena il senso di colpa e l’ossessione in Antichrist e il nichilismo e la depressione in Melancholia, nella terza e ultima parte della trilogia della depressione, Lars von Trier pone sotto l’occhio dello spettatore l’ennesima lotta tra due coppie di opposti. Da un lato l’ossessiva ricerca del piacere e il dramma di una profonda solitudine, elementi interni della protagonista (Joe), dall’altro la presenza di quest’ultima, donna tormentata e ricca di passionalità, e Seligman, uomo riflessivo e ricco di cultura e logica, ma mancante di qualsivoglia esperienza sessuale. La prima racconta l’esordio e l’evoluzione della sua vita sessuale, il secondo si pone come testimone e ascoltatore silenzioso, quasi un terapeuta, e prova a dare delle spiegazioni razionali e contestualizzate al vissuto di Joe.



Joe e Seligman, come Lei e Lui in Antichrist e come le sorelle di Melancholia, non sono altro che due istanze interiori di Lars von Trier impegnate in una dialettica costante tra due poli sempre opposti: il sesso contro l'amore, la razionalità contro la passione, l'istinto contro il logos, la cultura contro la Natura. In breve: il maschile contro il femminile.

La tematica al centro di Nymphomaniac segue il fil rouge della trilogia, l’anedonia di Joe costituisce il sintomo principale della sua depressione, manifestato attraverso l’impossibilità paradossale di raggiungere il piacere pur ritenendolo possibile e mantenendo attivo il desiderio. Quest’ultimo, in forma altrettanto patologica, prende le sembianze dell’ossessione e della compulsione nei confronti del sesso e degli uomini, dai quali diventa, prevedibilmente, dipendente. Nonostante ciò, quando Joe affronta una terapia di gruppo per donne sesso dipendenti, ci tiene a sottolineare a gran voce quanto lei non si definisca così, bensì ninfomane, ed è su questa scelta terminologica che forgia l’intera interpretazione della sua personalità. Tuttavia, il fatto di non riuscire più improvvisamente a raggiungere l’orgasmo, e quindi il piacere, ne amplifica la mancanza e la ricerca, alla stregua di tutte le altre dipendenze patologiche. D’altro canto, l’altra faccia della medaglia, è costellata da un costante senso di vuoto e solitudine dal quale consegue la sua incapacità di emozionarsi e di relazionarsi con l’altro sesso se non attraverso il sesso e la provocazione. La manifestazione più patologica e forse oscena la si trova quando nel capitolo 4 (Delirium), alla morte del padre di Joe, questa reagisce al dolore provando un orgasmo, traducendo in modo disfunzionale sul piano corporeo un linguaggio a lei sconosciuto e indecifrabile, quello emotivo. Nymphomaniac si snoda attraverso un percorso introspettivo auto-biografico costellato dal sadomasochismo e da una perpetua autoflagellazione sia psichica ed emotiva che fisica.



In conclusione, Lars von Trier e la sua trilogia della depressione ci mettono di fronte ad un’analisi fenomenologica e descrittiva di diverse manifestazioni psicopatologiche collegate alla depressione. I personaggi delle tre pellicole risultano corrotti dalla patologia mentale e agiscono in base a quest’ultima. Attraverso le loro azioni, pensieri, emozioni e relazioni, LvT ha avuto la possibilità di guardarsi allo specchio e di mettere in scena i fantasmi della sua mente, riuscendo brillantemente a sfuggire al vuoto caotico e rumoroso della depressione.

Dott.ssa Paola Pellegriti
Psicologa e Psicoterapeuta in formazione

Bibliografia e Sitografia


Arecco, S. (2016). Il cinema breve. Da Walt Disney a David Bowie. Dizionario del cortometraggio 1928-2015, Edizioni Cineteca, p. 355


Donghi, L. (2014). Riprendere Medea. Soccombenza e rivolta femminili nel cinema di Lars von Trier in Alessandro Rossi (a cura di), «Elephant & Castle», Vulnerabilità/Resilienza.


Freud, S. (1917). Lutto e melanconia. In Opere (1915-1917), Vol. VIII. Boringhieri, 1976.


Neumann, E. (1981). La Grande Madre. Fenomenologia delle configurazioni femminili dell’inconscio, Astrolabio.





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