La caduta degli dei dall’Olimpo di Tokyo 2020
- Alessia Marino

- 5 ago 2021
- Tempo di lettura: 5 min
MENS SANA IN CORPORE SANO
La caduta degli dei dall’Olimpo di Tokyo 2020

Stiamo assistendo ai XXXII Giochi Olimpici, tenuti in Giappone. Questa è un'Olimpiade sicuramente diversa dalle altre, già “solamente” perché posticipata di un intero anno a causa della pandemia da Covid-19. Per lo stesso motivo si sta svolgendo a porta chiuse, senza pubblico: gli atleti nel villaggio olimpico sono chiusi dentro una bolla e sottoposti continuamente a tamponi e spesso a quarantene improvvise che non consentono loro di gareggiare. Come se lo stress e l’emozione per una gara tanto importante e tanto seguita al livello mondiale non fossero già sufficienti. La pressione dunque è palpabile e si fa sentire sia nei neofiti che negli atleti con maggiore esperienza.
“Le Olimpiadi hanno sempre un carico extra di pressioni, e queste sono diverse dalle altre. Il Covid-19 ha stravolto la preparazione, nella bolla mancano i famigliari che spesso aiutano a gestire le emergenze. E poi basta immaginare la paura che si può provare per il tampone prima della gara, si rischia di perdere ancor prima di giocare”.
Queste le parole di Monica Vaillant, pallanuotista pluripremiata con il Setterosa ora diventata psicologa. Sono diversi, infatti, gli sortitivi che in questi giorni hanno dato segni di cedimento psichico. Alcuni di loro hanno deciso di parlare apertamente delle loro cattive esperienze sia passate che presenti. Una delle più chiacchierate suo malgrado, anche perché ingiustamente attaccata, è stata la ginnasta statunitense Simone Biles.

La giovane e talentuosissima atleta della Federazione a stelle e strisce ha dichiarato di soffrire di “twisties“, ovvero improvvisi blocchi mentali che fanno perdere l’orientamento durante l’esecuzione di esercizi aerei. Una sorta di perdita di consapevolezza del proprio corpo, come se si galleggiasse nello spazio senza punti di riferimento. Essi sono una possibile conseguenza neurofisiologica del disagio psichico vissuto da Biles. Questa condizione è potenzialmente pericolosa e, se si verifica durante un esercizio, rischia di portare a un grave infortunio. I twisties hanno portato Biles alla coraggiosissima scelta di ritirarsi dalle gare individuali, a squadre e dalla finale del corpo libero. La ginnasta ha deciso invece di disputare la finale individuale alla trave vincendo poi di fatto la medaglia di bronzo.
“Devo concentrarmi sulla mia salute mentale. Dobbiamo proteggere la nostra mente e il nostro corpo e non sentirci obbligati a fare ciò che il mondo vuole che noi facciamo”.
Molti colleghi hanno espresso solidarietà, tra i più illustri il grandissimo nuotatore Michael Phelps che, anche riferendosi alla propria lunga e dolorosa lotta contro la depressione, rispetto alla vicenda che ha coinvolto la ginnasta connazionale ha detto:
“Siamo esseri umani, nessuno è perfetto, è ok non stare bene o attraversare alti e bassi. La cosa più importante è chiedere aiuto, rendersi conto che bisogna chiedere aiuto. Personalmente posso dire che è stato molto impegnativo, è stato difficile chiederlo. Anche a me sembrava di portare, come ha detto Simone, il peso del mondo sulle mie spalle. È una situazione difficile“.
Tuttavia, nonostante in tanti abbiano compreso e ammirato tale scelta, altri invece si sono scagliati contro Biles accusandola di essere stata ingrata nei confronti della sua nazione. Questo atteggiamento fa molto riflettere circa la scarsa considerazione che la salute psichica ha rispetto a quella fisica. È lecito dunque domandarsi: se la ragazza avesse subìto un grave infortunio fisico e per tal motivo fosse stata costretta a rinunciare a disputare le gare, avrebbe subìto il medesimo trattamento? Molto probabilmente no. Come mai un disagio psicoemotivo non merita la stessa considerazione? Come mai la salute psichica, in generale, viene ancora tanto trascurata? Queste considerazioni portano anche ad un’ulteriore riflessione legata al concetto onnipotente di “infallibilità”. Infatti, specialmente da determinati atleti, perché promettenti o magari già vincitori nelle competizioni precedenti, ci si aspetta che non possano per nessuna ragione commettere errori o fare passi indietro, pena un’ineluttabile “de-sacralizzazione”. Questi fenomeni portano con sé una percezione "non umana" e "divina" dei vincitori; si pensi ad esempio a quante volte la stessa Pellegrini qui in Italia sia stata definita così. La faccia oscura della medaglia consiste nel fatto che tale dinamica allo stesso tempo svaluta irrimediabilmente chi, per qualsiasi ragione, non riesce a raggiungere l'obiettivo agognato.

Naomi Osaka, 23enne giapponese e tennista numero due al mondo, qualche tempo fa ha infranto uno degli ultimi tabù del mondo sportivo, parlando apertamente dei problemi di salute mentale degli atleti che troppo spesso vengono dipinti come creature perfette, sempre iperperformanti ed esenti da debolezze. “È Ok non essere Ok” ha detto a Time Magazine, parlando della propria depressione e spiegando così la sua decisione di lasciare per un po’ il campo. Per il suo ritiro improvviso a maggio, dal Roland Garros e poi dagli altri tornei, Osaka era stata molto criticata, anche per aver disertato la conferenza stampa dopo la sua partita a Parigi. Lei aveva in seguito spiegato di subire molto le interviste, perché percepite come una grossa fonte di stress. Anche il nuotatore italiano campione del mondo e argento negli 800 stile in questi giochi, Gregorio Paltrinieri ha dichiarato sull’onda del caso Biles:
“Non è facile gareggiare con le aspettative, ogni volta che entro in acqua sento che è tutto dovuto e questo non è bello. Tante volte questa pressione ti entra dentro e si prende gioco di te, inizi a pensare a cose che non sono vere. Ho letto di Simone Biles e sono tutte sensazioni che provo anche io”.
La tuffatrice italiana classe 2002 Chiara Pellacani ha anch’ella confessato che non è stato semplice gestire l’ansia, specie nell’ultimo tuffo, che infatti non ha permesso a lei e alla compagna di arrivare alla medaglia. Federico Burtisso, bronzo nei 100 farfalla ha affermato di essere stato incerto fino all’ultimo se disputare o meno tale gara a causa della troppa ansia nonostante, come detto dallo stesso, “io sia un tipo che di solito non la patisce”.

Queste testimonianze ci mostrano non solo quanto sia importante la salute psichica e quanto la stessa non andrebbe mai sottovalutata o peggio surclassata dall’attenzione verso la salute fisica, ma anche, di conseguenza, il lato umano degli sportivi troppo spesso idealizzati e divinizzati dai paesi che rappresentano. Appare fondamentale dunque, a nostro avviso, promuovere la sensibilizzazione verso questo tema tanto delicato quanto vitale. A volte infatti, è importante dire NO, abbandonare l’obbligo verso la performance e il successo per occuparci di noi stessi, della nostra salute e del nostro benessere fisico e psichico in egual misura. La psicoterapia offre un’occasione, unica nella società in cui viviamo, di spazio e tempo per sé stessi, per aiutarsi a comprendersi, accettarsi, sentirsi meglio. Perché non siamo divinità e abbiamo tutti (psicoterapeuti compresi) il diritto di non essere sempre al top, di sentirci stanchi e sovrastati, di fallire, di fermarci per prenderci cura di noi stessi. Grazie per il tuo messaggio, Simone!
Dott.ssa Alessia Marino;
Psicologa



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