Regressioni e difese ai tempi dell'emergenza Covid-19
- Alessia Marino

- 30 set 2020
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 11 gen 2021
“L’Italia da oggi a mezzanotte sarà tutta una zona rossa.”

Con queste parole il presidente Conte ha comunicato alla nazione che dal giorno seguente ci saremmo svegliati dentro un’Italia che nessuno di noi avrebbe mai immaginato di conoscere, fatta di distanze e di attese. Abbiamo adottato e fatto nostro un termine inglese che sintetizza, come solo gli anglosassoni riescono a fare, in una sola parola emozione e cognizione. “Lockdown” che tradotto significa “confinamento”. Si tratta dunque di qualcosa che va oltre la semplice chiusura, una chiusura entro dei confini fisici e psichici. È formato infatti dal verbo “to lock” (chiudere) e dall’avverbio “down” (giù). E se l’associazione evocata della prima metà di questa parola risulta molto chiara, la seconda parte pone l’accento su una riflessione dal sapore nettamente psicoanalitico, circa gli aspetti profondi e primitivi che questa situazione ha portato a galla. Siamo stati, infatti, costretti a rimanere “chiusi giù” dentro un mondo di paure e angosce che ci hanno reso vulnerabili, fragili, aggressivi ma anche straordinariamente uniti anche nella distanza. Per diverse settimane il sistema protomentale, di cui parlava saggiamente Bion, ci ha mostrato la realtà attraverso nuove lenti, grazie alle quali l’unico vero nemico, l’unico “cattivo” era il virus e il resto del mondo si ritrovava unito nel tentativo di combatterlo e sconfiggerlo. C’è stato chi ha trovato un salvatore nel presidente del consiglio, idealizzato all’estremo (o in un gioco di contrari totalmente scissi, estremamente svalutato), chi invece ha riposto le proprie speranze nella figura del Pontefice, la quale straordinaria benedizione urbi et orbi davanti una piazza San Pietro totalmente vuota e silenziosa resterà nei libri di storia.
Chi più chi meno, ci si è ritrovati a dover gestire una vera scissione mente-corpo. Il computer e internet ci hanno permesso di comunicare e continuare a vedere le persone pur rimanendo nelle nostre case. Si sono mantenuti i contanti in assenza di contatto fisico.
Personalmente, devo dire che iniziare l’analisi personale in questo contesto è stata un’esperienza decisamente insolita quanto, a mio avviso, incredibilmente istruttiva (NB. I percorsi di formazione alla psicoterapia a orientamento psicodinamico prevedono lo svolgimento di un’analisi personale didattica). Ho avuto modo di sperimentare sulla mia pelle cosa veramente significa la presenza/assenza dell’analista. Si è creato un terzo intersoggettivo telematico, che a volte annullava la distanza, permettendo comunque il proseguimento del percorso terapeutico, e a volte entrava prepotentemente nel setting attraverso rumori metallici o piccoli problemi di ricezione del Segnale. Tuttavia, in ogni saso, mi ha concesso la possibilità di comprendere e toccare con mano il significato di setting interno. Avrei potuto essere ovunque ma dal momento che la mia analisi aveva inizio esistevamo solo noi e il lavoro terapeutico. Al rientro in studio la differenza percettiva che ho sentito maggiormente ha riguardato l’odore della stanza. Mi sono accorta inoltre, di aver sentito l’esigenza di dire alla mia terapeuta di aver notato la presenza di due candele sul mobile di fronte il lettino che prima non c’erano. Mi sono anche interrogata sul significato di tale esigenza comunicativa ma l’unica risposta che sono riuscita a darmi mi è sembrata correlata ad un possibile bisogno di un nuovo inizio a due in un ambiente fisico e mentale in parte familiare e in parte estraneo.


Un’altra esperienza divenuta particolare perché vissuta anche essa durante il lockdown, è stata quella della baby observation (NB. Alcuni percorsi di formazione alla psicoterapia prevedono fra le attività didattiche l’osservazione diretta di un neonato nel suo contesto di vita quotidiano, per circa un anno). Prima della chiusura totale avevo svolto quattro incontri con il bambino. Anche se dunque avevo portato a termine solo il primo mese, sentivo già di essermi legata alla famiglia, all’ambiente e al piccolo protagonista delle mie osservazioni. Con il primo decreto mi sono vista costretta in un primo momento, con mio grande dispiacere, ad interrompere gli incontri in attesa di una possibile soluzione. Dopo qualche settimana noi psicoterapeuti in formazione abbiamo avuto il consenso di portare avanti il lavoro osservativo in modalità telematica fino alla riapertura. Dal quel momento, per circa un mese e mezzo, si sono susseguiti degli incontri settimanali attraverso videochiamata. Chiamavo la mamma del bimbo al suo cellulare e lei posizionava lo strumento in un angolo della stanza in modo da permettermi di vedere non solo il piccolo ma anche tutto il resto dell’ambiente circostante. Capivo da cosa si dicevano (ad esempio “c’è Alessia”, oppure “saluta Alessia”) che la mia presenza era comunque percepita da adulti e bambini (il bimbo che osservo ha una sorellina di circa 5 anni che, sia di presenza che attraverso il cellulare, ha sempre avuto l’abitudine di parlarmi e attirare la mia attenzione). Io, dal canto mio, avevo una sensazione di scissione molto più intensa rispetto a quella che sentivo in analisi. Durante la baby observation telematica, infatti, era per me e per la famiglia del bimbo molto più evidente il fatto di essere con loro pur restando a casa mia nel mio studio. Durante una di queste osservazioni la sorellina del bimbo mi ha chiesto attraverso il telefono se volevo un po' della sua merenda, mentre un altro giorno mi ha posto la domanda: ma sotto la maglietta sei in pigiama? Sua mamma dietro di lei rise e mi spiegò che in famiglia sono soliti fare le videochiamate ai parenti tenendo il sotto del pigiama. Io non stavo indossando il pigiama ma un paio di pantaloni della tuta che uso per stare in casa. Dunque le risposi sorridendo che anche io ero “vestita e sistemata a metà”. Ed è proprio questo “essere a metà” che ponevo in quel periodo, e pongo ancora oggi al centro delle mie riflessioni pensando ai mesi di chiusura totale. Eravamo più o meno tutti divisa a metà. Una metà razionale e ordinata continuava la propria vita in maniera più o meno regolare, attraverso lo strumento del computer; l’altra irrazionale e dismessa, rimaneva in casa in attesa. Non eravamo distanti e lontani solo dagli altri, ma anche e soprattutto da noi stessi e dal nostro rapporto con il corpo e con la realtà.
Ho sentito infatti molte persone dire “sembra un film” oppure “non è reale”, moltissimi hanno avuto la necessità di crearsi difensivamente una fantasia secondo la quale fosse tutto frutto di un complotto tra i governi dei vari paesi per sottomettere la popolazione. Probabilmente, la causa di queste rielaborazioni è l’aver dovuto fronteggiare una realtà troppo difficile da accettare e gestire.

Difficile dire, specie per me che sono in procinto di concludere semplicemente il primo anno di scuola di specializzazione, cosa questo genere di esperienze possa lasciare da un punto di vista psicoanalitico e nel lavoro di terapia. L’unico aspetto del quale mi sento veramente convinta riguarda le nuove prospettive che ciò ha aperto, nel bene e nel male, legate soprattutto alle modalità di annullamento delle distanze fisiche attraverso lo strumento di internet, nella speranza che in futuro si possa fare di questo un tesoro prezioso nelle nostre vite personali e professionali. Concludo dunque con la stessa velata speranza che il nostro Freud mise per iscritto nel 1915 nell’opera “Caducità”, riportando proprio le ultime righe:
“Una volta superato il lutto si scoprirà che la nostra considerazione dei beni della civiltà non ha sofferto per l'esperienza della loro precarietà. Torneremo a ricostruire tutto ciò che la guerra ha distrutto, forse su un fondamento più solido e duraturo di prima”.
Dott.ssa Alessia Marino,
Psicologa, Psicoterapeuta in formazioneLetture consigliate e cenni bibliografici
Bion, W. R. (1961). Esperienze nei gruppi. Roma: Armando, 1971.
Freud, S. (1915). “Caducità”, in Introduzione alla psicoanalisi e altri scritti 1915-1917 (OSF vol. 8). Torino: Bollati Boringhieri, 2002.
Ogden, H. (1994). L’arte della psicoanalisi. Sognare sogni non sognati. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2008.
Portaccio, D. (2020). Ma qual è il significato di lockdown? Ce lo spiega Italo Calvino. In BuoneNotizie.it




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