Un Commento su Oggetti transizionali e fenomeni transizionali (Winnicott, 1953)
- Spazi del Sé

- 3 ago 2020
- Tempo di lettura: 8 min
Aggiornamento: 11 gen 2021

Winnicott definisce l’oggetto transizionale come “la prima esperienza di possesso non-me che il bambino fa”. Non si tratta dunque di un introietto (come puntualizzerà confrontando l’oggetto transizionale con l’oggetto interno) ma neanche di un concreto elemento della realtà esteriore. Per l’adulto, naturalmente, il “pupazzetto preferito” del bambino è un oggetto concreto, appartenente alla realtà. Tuttavia, il bambino creativamente gli attribuisce elementi propri. Winnicott utilizza i termini “oggetto transizionale” e “fenomeno transizionale” per descrivere quell'area intermedia di esperienza tra il me e il non me, tra realtà interna e realtà esterna. Infatti, gli oggetti (ad esempio: un giocattolo, un peluche, un pezzo di stoffa) che utilizza il bambino non fanno parte del suo corpo, tuttavia ancora non sono riconosciuti come facenti parte della realtà esterna. Dunque, per poter comprendere il concetto di oggetto transizionale, è di fondamentale importanza sottolineare come all'interno di questo siano in ballo sia la realtà interna che quella esterna. Altre caratteristiche fondamentali sono: il concetto di confine, l’elemento sensoriale e la creatività. Per quanto riguarda la sensorialità, vediamo che è grazie a questa che la mente opera una sintesi della realtà, stabilendo un confine tra realtà esterna e realtà interna. In tale esperienza transizionale, il bambino, in quanto soggetto attivo, è capace di creare e di costruire la realtà attraverso i propri organi di senso. Per quanto concerne la creatività, essa rappresenta un atto di agentività, una vera e propria transizione da una fase di onnipotenza, nella quale mondo interno e realtà esterna sono scarsamente delimitati, a una fase intermedia. Questa terra di mezzo si sviluppa proprio durante il processo di svezzamento, inteso come il lento lavorio che modella la dinamica di graduale disillusione e riparazione ad opera della madre (sufficientemente buona). In altre parole, ciò che Winnicott ipotizza, è l’esistenza nel bambino (ma anche dell’adulto) del fenomeno dell’illusione come primo possesso non-me e come ponte in grado di intermediare, tenendo separati seppur uniti, il soggetto e l’oggetto. Si pensi, ad esempio, alle teorizzazioni di Bion, che sottolineò proprio come il pensiero nasca dall’assenza (della madre). Troviamo, infatti, un parallelismo in Winnicott quando tratta l’oggetto transizionale come elemento di compensazione dell’assenza del seno materno. Questo processo, rimanda senz’altro al campo dell’Infant Research, specialmente in riferimento alle dinamiche di sintonizzazione affettiva, rispecchiamento emotivo e processo di rotture e riparazioni (basti pensare agli studi di Tronick, Schore, Beebe e Lachmann, Lyons-Ruth..). Winnicott, parlando di funzione materna, sembra intuitivamente anticipare proprio queste attuali conoscenze. La madre presenta il mondo al proprio bambino, adattandosi quasi “magicamente” ai suoi bisogni, dandogli l’illusione di un totale controllo onnipotente. Gradualmente e, se come dice Winnicott “tutto va bene”, impercettibilmente la madre fornirà al bambino delle piccole frustrazioni. Esse rappresenteranno quello scarto spazio-temporale tra desiderio e soddisfacimento dello stesso che porteranno il bambino alla scoperta delle proprie doti autoregolatorie e creative (tramite la permanenza temporanea del bambino nell’assenza). La realtà esterna non coincide più con quella interna, ma non è ancora totalmente distaccata. Per tale ragione, mediante una modalità prettamente sensoriale, il bambino tenterà di ricreare l’esperienza di conforto e piacere rappresentata inizialmente dalla madre. In tale esperienza, il bambino scopre l’area neutrale, privata, transizionale, che nell’adulto sano continua ad esercitare la funzione di rifugio, nella quale le energie vengono ripristinate e in cui si svolge l’esperienza creativa (si pensi all’arte, alla religione, alla musica..).

È importante sottolineare come l’oggetto transizionale non sia solo un catalizzatore delle caratteristiche amorevoli e di sicurezza del caregiver, in quanto il bambino agisce su di esso anche quella parte della libido caratterizzata da aggressività e distruttività. Quando ciò accade, l’elemento chiave per l’instaurarsi della fiducia verso gli altri da parte del bambino, consiste nell’atteggiamento del caregiver di fronte alla distruttività del bambino, che non dovrà essere vissuta come un elemento catastrofico. Infatti, se il caregiver saprà gestire l’aggressività del bambino, accompagnando tale esperienza con un atto di riparazione, il bambino continuerà ad agire i suoi impulsi aggressivi tenendo a mente il fatto che il suo oggetto transizionale (e così anche la madre) sarà in grado di sopravvivere al suo odio e alla sua aggressività. Tutto ciò permetterà una sana regolazione degli impulsi, accompagnata comunque dal limite imposto dai genitori. Se questo non avviene, il bambino tenderà a disregolarsi molto facilmente, con il conseguente rischio di sviluppare disturbi di personalità, come quello narcisistico, in cui il soggetto non riesce a provare alcun senso di colpa riparatorio. I fenomeni e gli oggetti transizionali, classicamente rappresentati da oggetti quali giocattoli, peluches, pezzetti di stoffa con l’odore della madre (forte aspetto di sensorialità), in realtà possono includere anche esperienze autoerotiche da parte del bambino, come succhiarsi il pollice e nel frattempo accarezzarsi il viso con le altre dita. Destino del primo oggetto transizionale sarà quello di passare da uno status vicino all’indispensabile (Winnicott sostiene, anche più importante della madre stessa, poiché contenente una parte del sé del bambino), ad una fase di oggetto consolatorio (cercato solo nei momenti di disregolazione) ad essere relegato in un limbo, perdendo la propria funzione. Tale funzione abbandonando l’orsacchiotto, la copertina o la bambola, si espanderà e si diffonderà nei più svariati ambiti e attività. Durante questo processo, il bambino prenderà dimestichezza con il mondo esterno e, dapprima tramite la sensorialità, successivamente tramite le funzioni mentali, strutturerà i propri confini fra mondo esterno e interno, tra realtà e fantasia, tra me e non-me. Una volta stabilito l’esame di realtà, il bambino investirà il mondo relazionale vero e proprio, caratterizzato da un maggior grado di separatezza, di imprevedibilità e un minor grado di controllo. L’area transizionale potrà sempre essere raggiunta nel momento del bisogno, ma ad essa si affiancherà il mondo intersoggettivo, indispensabile per l’essere umano (definito soventemente e non a caso “animale sociale”). Tuttavia, sebbene l’oggetto transizionale venga disinvestito, ciò non sta a significare che venga dimenticato o che rappresenti un lutto doloroso per il bambino, infatti il suo significato va semplicemente diluendosi in altri fenomeni transizionali; negli sviluppi adattivi questi saranno rappresentati dal gioco,dalla creatività, dall’arte, dalla religione, e dal sogno. Negli esiti disadattivi invece osserveremo fenomeni quali il furto, la droga, i rituali ossessivi e il feticismo.
Un’altra caratteristica chiave dell’oggetto transizionale sta nel fatto che esso è un’esperienza simbolica e concreta allo stesso tempo, esso infatti è un possesso in quanto oggetto fisico e inoltre contiene al proprio interno le caratteristiche interne del bambino e in parte quelle della madre (come detto sopra), infatti il potenziale di simbolizzazione dell’oggetto transizionale dipende dalla rappresentazione interna ed esterna della madre. A tal proposito, appare importante sottolineare come il concetto di oggetto transizionale, in quanto possesso, differisce dall’oggetto interno proposto da Melanie Klein. Il bambino può ricorrere all’oggetto transizionale se questo ha caratteristiche di vitalità e se non è persecutorio, infatti a livello qualitativo tale oggetto interno dipende dal comportamento dell’oggetto esterno, nonché del seno materno (per Winnicott, le cure del caregiver). Più nello specifico, Winnicott individua principalmente tre scenari psicopatologici:
Il bambino riesce a crearsi un oggetto transizionale ma non riesce a moderare la propria onnipotenza. Questo può avvenire, ad esempio, se la sua aggressività o i suoi desideri non vengono regolati con l’aiuto dei caregiver. Come conseguenza, potremmo osservare una disinibizione con impossibilità di riparazione e assenza di colpa o, al contrario, una repressione dell’aggressività data dalla paura della sua intrinseca distruttività e dalla mancata regolazione del senso di colpa. Un ulteriore percorso disadattivo consiste nel fatto che l’oggetto transizionale può diventare un oggetto feticcio e persistere come una caratteristica della vita sessuale adulta, a causa di una fissazione libidica ad un oggetto parziale e inanimato. Si assiste così all’instaurarsi di una condizione di pura antirelazionalità, ciò accade perché nello sviluppo evolutivo del soggetto è venuto a mancare l’investimento evolutivo sull’Altro in quanto oggetto totale;
La madre (o il caregiver) potrebbe essere eccessivamente buona, più che sufficientemente buona. Questo eccesso saturerà lo spazio del bambino, impedendogli di sperimentare l’area transizionale. Una madre di questo tipo può anche apparire come persecutoria o intrusiva, o non permettere al bambino di disilludersi e affrontare le frustrazioni con la conseguenza che il bambino non attuerà nessuna forma di esplorazione (né della realtà esterna né del mondo interiore; si pensi ad esempio all’alessitimia). Una madre iperprotettiva, che presenta difficoltà nel comprendere i pensieri e i sentimenti del bambino, può sostituire la rappresentazione mentale dello stesso con i propri pensieri e desideri, con la conseguente strutturazione di un falso sé nel bambino. A tal proposito Winnicott suggerisce che in tal modo il bambino diventa estremamente compiacente nei confronti del caregiver, assumendo i suoi gesti come propri e adattandosi ai suoi bisogni;
Il caregiver è trascurante, assente, persecutorio. Il bambino non sperimenterà nessun sentimento positivo legato al proprio oggetto reale esterno (il caregiver) e al suo introietto (l’oggetto interno cattivo) e non avrà alcun desiderio di ricercare tale oggetto, le sue funzioni e le sensazioni ad esso associate in un’area transizionale. Una simile condizione di disregolazione e di vuoto può condurre a vari fenomeni psicopatologici caratterizzati dall’assenza di vitalità interiore e di dimensione relazionale (fenomeni molto concreti come gli acting out, la tossicodipendenza o il feticismo, ad esempio). In altre parole, in casi estremi e ripetitivi di mancanza di cure, l’oggetto interno perde di significato per il bambino e così di conseguenza anche l’oggetto transizionale. Alla luce di ciò, se il caregiver non possiede caratteristiche positive ma appare come un oggetto trascurante, cattivo o violento, il bambino non avrà alcuna motivazione a costruirsi un oggetto transizionale che replichi quelle caratteristiche.
In conclusione, l’oggetto e i fenomeni transizionali, sono indispensabili per mantenere una mente sana. L’impossibilità di accedere ad un’area intermedia di esperienza porta all’impossibilità di autoregolarsi e, dunque, ad una mente disregolata e incapace di operare una sana sintesi dell’esperienza senza dover accedere direttamente all’agito. Per tale ragione è sempre auspicabile coltivare e curare le proprie aree di creatività e di sana e vitale solitudine.
Cenni bibliografici e letture consigliate
~ Beebe B., Jaffe J., Lachmann F. (1992) A dyadic system view of communication in Skolnick N., Warshaw S. Relational perspectives in psychoanalysis. The Analytic Press, Hillsdale, NJ.
~ Beebe B., Lachmann F. (1988) Mother-infant mutual influence and precursors of psychic structures in Goldberg A. Frontiers in Self psychology: progress in Self psychology, vol. 3, The Analytic Press, Hillsdale, NJ.
~ Beebe B., Lachmann F. (1988b) The contribution of mother-infant mutual influence to the origins of self and object representations Psychoanal. Psychol., 5: 305-337.
~ Beebe B., Lachmann F. (2002) Infant Research e trattamento degli adulti. Un modello sistemico-diadico delle interazioni trad. it., Cortina, Milano, 2003.
~ Beebe B., Lachmann F., Jaffe, J. (1997) Le strutture di interazione madre-bambino e le rappresentazioni presimboliche del sé e dell'oggetto trad. it., Ricerca Psicoanalitica, 10, 1: 9-63.
~ Beebe B., Stern D. (1977) Engagement-disengagement and early object experiences in Freedman N., Grand S. Communicative structures and psychic structures Plenum Press, NY.
~ Bion W. R. (2019) Apprendere dall’esperienza, Astrolabio: Roma.
~ Klein M. (1978) Scritti, 1921-1958, Boringhieri: Torino.
~ Lyons-Ruth K. (1991) Rapprochment or approchment: Mahler's theory reconsidered from the vantage point of recent research on early attachment relationship Psychoanalytic Psychology, 8: 1-23.
~ Lyons-Ruth K. (1998) Implicit relational knowing: its role in development and psychoanalytic treatment Infant Mental Health Journal, 19, 3: 282-289.
~ Schore A. N. (1994) Affect regulation and the origin of the self: the neurobiology of emotional development Hillsdale, NJ.
~ Trevarthen C. (1979) Communication and cooperation in early infancy: a description of primary intersubjectivity in M. Bullowa Before speech: the beginning of human communication Cambridge University Press, London.
~ Tronick E. Z. (1998) Dyadically expanded states of consciousness and the process of therapeutic change Infant Mental Health Journal, 19, 3: 290-299.
~ Tronick E. Z. (2001) Emotional connections and dyadic consciousness in infant-mother and patient-therapist interactions. Commentary on paper by F. Lachmann Psychoanalytic Dialogues, 11, 2: 187-194.
~ Tronick E. Z. (2003) Of course all relationships are unique: how co-creative processes generate unique mother-infant and patient-therapist relationships and change other relationships Psychoanalytic Inquiry, 23, 3: 473-491.
~ Tronick E.Z., (2008), Regolazione emotiva, a cura di C. Riva Crugnola, C. Rodini. Raffaello Cortina: Milano.
~ Tronick, Edward, Als, H., Adamson, L., Wise, S., & Brazelton, T. B. (1979). The infant’s response to entrapment between contradictory messages in face-to-face interaction. Journal of the American Academy of Child Psychiatry, 17: 1–13.
~ Tronick, Edward Z., Bruschweiler-Stern, N., Harrison, A. M., Lyons-Ruth, K., Morgan, A. C., Nahum, J. P., … Stern, D. N. (1998). Dyadically expanded states of consciousness and the process of therapeutic change. Infant Mental Health Journal, 19: 290–299.
~ Winnicott D. W. (1960). Sviluppo affettivo e ambiente. Armando: Roma.
~ Winnicott D. W. (1971). Gioco e realtà. Fabbri Editore: Milano.
~ Winnicott D. W. (1975). Dalla pediatria alla psicoanalisi. Feltrinelli: Firenze.
~ Winnicott, D. (1953). Transitional objects and transitional phenomena - A study of the first notme possession. International Journal of Psychoanalysis, 34: 89–97.
~ Winnicott, D. (1960). The Theory of the Parent-Infant relationship. International Journal of Psychoanalysis, 585–595.
~ Winnicott, D. W. (1945). Primitive emotional development. The International Journal of Psychoanalysis., 26: 137–143.
~ Winnicott, D. W. (1958). Collected papers: Through paediatrics to psycho-analysis. Oxford, England: Basic Books.
~ Winnicott, D.W. (1956). Primary maternal preoccupation. London: Tavistock.
~ Winnicott, Donald W. (1958). The capacity to be alone. The International Journal of Psychoanalysis.




Commenti