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Alessitimia: non avere parole per le emozioni - Parte I

  • Immagine del redattore: Erika Ferrante
    Erika Ferrante
  • 16 ott 2020
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 11 gen 2021

La storia del costrutto: le origini


Il termine alessitimia, dal greco a- (mancanza), lexis (parola) e thymos (emozione) significa letteralmente “mancanza di parole per l’emozione”. Le prime teorizzazioni in merito risalgono agli anni Cinquanta, nel periodo del dibattito sulle malattie psicosomatiche classiche. La malattia psicosomatica veniva vista come la conseguenza di numerosi fattori psicologici e ambientali come traumi, conflitti, stili difensivi, tratti di personalità. Hans Selye, ad esempio, parlò di sindrome generale di adattamento per riferirsi alle conseguenze corporee dello stress prolungato e non adeguatamente smaltito. Altri autori (ad esempio; Dunbar, 1947; Ruesch, 1948; Alexander, 1950) avanzarono l’ipotesi dell’esistenza di una vera e propria personalità psicosomatica con i suoi tratti caratteristici. I pazienti psicosomatici vennero così investiti da un forte interesse clinico. MacLean, rendendosi conto delle difficoltà dei pazienti psicosomatici a verbalizzare le proprie emozioni, ipotizzò che in tali soggetti lo stato emotivo più che essere trasmesso dai cervelli rettiliano e paleomammifero alla neocorteccia, veniva direttamente esperito senza ulteriori elaborazioni, provocando una reazione impulsiva. Jurgen Ruesch parlò di tali pazienti coniando il termine di personalità infantile. Questi soggetti, secondo l’autore, sono contraddistinti da difficoltà a verbalizzare e simbolizzare le emozioni, pensiero infantile, dipendenza, conformismo, scarsa immaginazione e preferenza verso canali di scarica degli affetti di tipo corporeo. Nei primi anni Sessanta, Pierre Marty e Michel de M’Uzan introdussero l’espressione pensée opératoire (pensiero operatorio) per riferirsi a pazienti psicosomatici che presentavano una scarsa immaginazione e un’assenza di legami tra emozioni e fantasie. Questi pazienti erano poco introspettivi e utilizzavano uno stile di pensiero nettamente utilitaristico, con assenza di associazioni libere. A coniare il termine di alessitimia fu Peter Sifneos nel 1973 che insieme a John Nemiah descrisse un gruppo di pazienti psicosomatici come dei soggetti incapaci di mettere in parole le proprie emozioni. Questi individui non sono capaci di introspezione e si concentrano principalmente su dettagli minuziosi e superficiali del discorso, tralasciano l’analisi dei propri sentimenti e hanno uno stile comunicativo “sterile e incolore”. Robert Langs si è concentrato sullo stile comunicativo dei soggetti alessitimici suggerendo che mentre in soggetti lievemente alessitimici è presente uno stile comunicativo di tipo B, nell’alessitimia grave a prevalere è la comunicazione di tipo C. Nel primo caso vi è un esubero di identificazioni proiettive volte alla scarica esterna dei contenuti affettivi soverchianti, mentre nel secondo caso vi è una comunicazione non simbolica e impenetrabile che rende impossibile lo scambio di contenuti significativi riguardo il mondo interiore del soggetto.


Il gruppo di Toronto


Il gruppo di ricerca formato da Graeme Taylor, Michael Bagby e James Parker si è occupato di operazionalizzare il costrutto al fine di poter permettere la comunicazione sul tema dell’alessitimia in campo scientifico multidisciplinare. Il loro lavoro, durato diversi anni, è sfociato nella convalida della Toronto Alexithymia Scale (TAS-20), un questionario self-report, oggi il principale strumento utilizzato per indagare i livelli di alessitimia nei soggetti. Grazie all’incremento dei contributi teorici ed empirici (ad esempio; Rubino ,1991; Salovey, 1993; Salminen, 1994; Porcelli, 1996) è stato chiarito che l’alessitimia è un costrutto transnosografico e dimensionale piuttosto che categoriale e, infatti, è presente in diversi livelli in tutta la popolazione clinica e non. Inoltre, un soggetto non è necessariamente alessitimico tout court ma può anche presentare aree alessitimiche circoscritte a determinate tematiche inserite in un contesto generale di sano funzionamento emotivo. Ci si è storicamente domandati se l’alessitimia costituisca uno stato, un tratto stabile di personalità o una difesa. Peter Sifneos e Harald Freyberger a tal proposito distinguono fra alessitimia primaria e secondaria, ma in modo diverso l’uno dall’altro. Per Sifneos l’alessitimia è primaria quando deriva da fattori neurobiologici costituzionali ed è secondaria quando deriva da un arresto dello sviluppo a causa di un trauma infantile o da una regressione dovuta a un evento traumatico più tardivo. Per Freyberger, invece, l’alessitimia primaria è un tratto stabile della personalità del soggetto mentre l’alessitimia secondaria è uno stato temporaneo derivato da condizioni stressanti come ad esempio una malattia cronica e, dunque, al cessare della situazione sfavorevole il soggetto ritorna al suo abituale funzionamento emotivo.


Alessitimia e altri costrutti:

attaccamento, mentalizzazione, tratti di personalità


Il concetto di alessitimia è stato giudicato dalla comunità scientifica come valido e utile, ed è stato posto in relazione con altri costrutti. Da vari studi (ad esempio; Main, Goldwyn, & Hesse, 1984, 2003; Scheidt, 1999; Wearden, 2003; Troisi et al., 2001; Taylor, 2014; Koelen, 2015; Schimmenti, 2017) emerge una relazione fra lo stile di attaccamento e l’alessitimia. In particolare, i soggetti con attaccamento insicuro (distanziante, preoccupato o timoroso) presentano alti livelli di alessitimia e vi è una forte relazione inversa fra quest’ultima e l’attaccamento sicuro. Come esposto in precedenza, vi è un forte legame anche fra lo stile di attaccamento e la capacità di mentalizzazione. I soggetti con attaccamento sicuro possiedono una maggiore funzione riflessiva mentre i soggetti insicuri presentano deficit in tale abilità. Il concetto di mentalizzazione racchiude in sé anche quello di affettività mentalizzata che consiste nella capacità di identificare le emozioni (sia quelle di base che quelle più sfumate e ambivalenti), modularle (sia verso l’alto che verso il basso) ed esprimerle (sia agli altri che a sé stessi). Come appare evidente, questa abilità è sovrapponibile ai concetti di regolazione emotiva e di intelligenza emotiva che sono entrambi considerabili come l’esatto opposto dell’alessitimia. Questa relazione inversa emerge, infatti, in numerosi contributi di ricerca (ad esempio; Schutte, 1998; Parker & Taylor, 1999; Taylor & Bagby, 2000) che hanno indagato in vari gruppi di soggetti sia l’alessitimia che l’intelligenza emotiva. Per quanto concerne il rapporto fra alessitimia e tratti della personalità, si possono prendere in considerazione i modelli di Eysenck e di Costa & McCrae. Da una serie di studi (ad esempio; Parker, 1989; Mayer, 1990; Wise, 1992; Bagby, 1994) è emerso che l’alessitimia presenta una relazione positiva con il tratto N (nevroticismo), e una negativa con i tratti E (estroversione) e A (apertura all’esperienza). Questi dati non sono sorprendenti dato che i soggetti alessitimici presentano affettività negativa, tendenza all’attivazione fisiologica, autoconsapevolezza negativa e somatizzazione che sono tutte dimensioni del nevroticismo. Il tratto estroversione comprende la capacità di comunicare i propri sentimenti agli altri, la socievolezza e la vivacità che, com’è noto, mancano al soggetto alessitimico. Infine, a differenza dei soggetti con alti livelli di apertura all’esperienza, gli alessitimici non sono caratterizzati da alte doti nell’immaginazione, attenzione verso il mondo dei sentimenti, creatività, disposizione psicologica e così via.


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Dott.ssa Erika Ferrante,
Psicologa, ASACOM, Psicoterapeuta in formazione

Bibliografia parziale e letture suggerite

Allen, J. G., Fonagy, P., Bateman, A. W. (2008). La mentalizzazione nella pratica clinica. Milano: Raffaello Cortina.


Bagby, R. M., Parker, J. D. A., Taylor, G. J. (1994). “The Twenty-Item Toronto Alexithymia Scale”, in Taylor, G. J., Bagby, R. M., Parker, J. D. A. (2000). I disturbi della regolazione affettiva. L’alessitimia nelle malattie mediche e psichiatriche. Roma: Fioriti.

Caretti, V., La Barbera, D. (2005). Alessitimia. Valutazione e trattamento. Roma: Astrolabio.

Taylor, G. J. (1993). Medicina psicosomatica e psicoanalisi contemporanea. Roma: Astrolabio.

Taylor, G. J., Bagby, R. M., Parker, J. D. A. (1997). I disturbi della regolazione affettiva. L’alessitimia nelle malattie mediche e psichiatriche. Roma: Fioriti.

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