Alessitimia: non avere parole per le emozioni - Parte I
- Erika Ferrante

- 22 ott 2020
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 11 gen 2021
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Il core del costrutto

Dai contributi empirici e dall’esperienza clinica degli ultimi decenni (ad esempio, Nemiah, Freyberger & Sifneos, 1976; Krystal, 1988; Robbins, 1989; Taylor, 1990; Taylor, Bagby & Parker, 1991) emergono chiaramente una serie di elementi caratteristici del soggetto alessitimico: sono principalmente presenti una netta difficoltà nell’identificare gli stati emotivi, nel distinguerli dalle sensazioni somatiche, nel modularli e nell’esprimerli e comunicarli verbalmente agli altri oltre che una ridotta attività immaginativa con fantasie assenti o primordiali e, infine, un pensiero orientato prevalentemente all’esterno, di tipo concreto piuttosto che astratto. La difficoltà nell’identificare i propri stati emotivi deriva dall’interruzione o dall’assenza della connessione referenziale fra il livello somato-sensoriale e quello psico-simbolico o, se lo si preferisce, dalle disfunzionali connessioni cerebrali fra sistema limbico e corteccia orbitofrontale. I soggetti alessitimici sono incapaci di tollerare gli affetti negativi, specialmente quando si protraggono nel tempo o quando sono particolarmente intensi. Emozioni forti come vergogna, rabbia, euforia, eccitazione e terrore possono condurre l’individuo ad una condizione di disfunzionale ipereccitazione o ipoeccitazione: modulare correttamente i propri affetti significa raggiungere un livello di stimolazione ottimale e, dunque, non solo alleviare le emozioni negative o eccessivamente forti, ma anche amplificare quelle positive di benessere. Il soggetto alessitimico presenta profonde difficoltà nella modulazione delle proprie emozioni. I deficit di identificazione e di modulazione emozionale si ripercuotono sull’assenza di comunicazione interpersonale riguardo i propri sentimenti. Inoltre, non è raro che soggetti alessitimici abbiano sperimentato dei traumi relazionali dai quali deriva una profonda sfiducia nei confronti degli altri che impedisce loro di utilizzarli come fonti di aiuto e conforto.
L’assenza di attività immaginativa e il conseguente stile di pensiero concreto derivano dallo scarso utilizzo di fenomeni transizionali e dalla mancanza di un’elaborazione simbolica degli stati emotivi. Tali deficit appaiono evidenti quando a questi soggetti viene sottoposto un test proiettivo come il Rorschach o il TAT. Da alcuni studi di questo tipo su pazienti psicosomatici (ad esempio, Defourny, Hubin & Luminet, 1976, 1977; Taylor, Doody & Newman, 1981), che si suppone siano maggiormente alessitimici rispetto ai soggetti psiconevrotici, è emerso uno scarso utilizzo di vocaboli riguardanti gli stati affettivi e una minore espressività emotiva nonché una ridotta capacità di modulazione degli affetti. Quest’ultima difficoltà emerge ancor più chiaramente in uno studio condotto su pazienti alessitimici da Taylor e collaboratori (1985). Lo strumento utilizzato in questo studio è il SAT9 ovvero un test grafoproiettivo nel quale al soggetto viene chiesto di creare un disegno contenente nove specifici elementi (un personaggio, un mostro, una spada, un rifugio, del fuoco e così via) e, successivamente, di creare una storia a partire da esso. I soggetti alessitimici sono incapaci di organizzare i nove elementi entro una cornice simbolica, si lasciano prendere dall’angoscia e i loro disegni appaiono spesso incompleti e incoerenti. Le storie create da questi soggetti sono poco originali e la capacità di attribuire un significato simbolico all’immagine grafica è deficitaria. Spesso questi soggetti sono intimoriti dal test e possono mostrare un evidente uso difensivo della scissione nel loro disegno oppure limitarsi ad elencare gli elementi in maniera asettica piuttosto che scrivere una storia articolata.
Ulteriori caratteristiche:
dalle difese alle strategie regolatorie disfunzionali

A questi elementi, che costituiscono il core del costrutto di alessitimia, possono associarsi delle ulteriori caratteristiche: acting out, conformismo sociale, passività, dipendenza relazionale, scoppi improvvisi e inspiegabili di pianto o rabbia, dolori somatici a base non organica, postura e espressioni facciali rigide, attività onirica povera con difficoltà nel ricordare i propri sogni che in ogni caso appaiono piatti e razionali o estremamente primitivi ed espliciti, anedonia con difficoltà nel provare emozioni positive come gioia o amore e prevalenza di affetti negativi rispetto a quelli positivi. Le capacità empatiche del soggetto alessitimico sono molto scarse poiché non riuscendo egli a discernere i propri stati emotivi, non è capace neanche di comprendere quelli altrui. Di conseguenza, questi soggetti hanno spesso dei problemi relazionali che affrontano divenendo profondamente dipendenti dall’altro o, al contrario, isolandosi e chiudendosi difensivamente. I pazienti alessitimici si concentrano principalmente sulle sensazioni somatiche e spesso in analisi parlano per lunghi periodi dei loro sintomi corporei senza riuscire a collegarli a nessun tipo di sentimento. Le fantasie, cardine del lavoro analitico, sono sostituite da lamentele amorfe su sensazioni di tensione, vuoto, anedonia con il risultato che il terapeuta si sente inutilmente “di troppo”. I comportamenti autodistruttivi dei soggetti alessitimici come improvvisi acting out, abusi di alcol o sostanze, abbuffate di cibo, comportamenti sessuali promiscui vengono semplicemente agiti e il soggetto non riesce a fornirne la motivazione sottostante. Questi comportamenti vengono utilizzati per autoregolarsi: l’azione, infatti, è la modalità elettiva mediante la quale questi soggetti elaborano e “scaricano” i propri impulsi emotivi. I processi di simbolizzazione, la creatività e l’originalità soggettiva delle persone alessitimiche sono molto scarni e, di conseguenza, questi soggetti appaiono come adattati in modo impersonale alla realtà esterna, automi compiacenti “come se seguissero un manuale di istruzioni” (Taylor, 1987). Nonostante tale apparente normalità, questi soggetti presentano una sottostante fragilità psicologica e fisiologica dovuta ai loro deficitari processi regolatori che li espongono al rischio di patologie sia mentali che fisiche in presenza di inconvenienti anche minori. Inoltre, come già accennato, le stesse modalità utilizzate dagli individui alessitimici per autoregolarsi possono costituire già di per sé dei fattori di rischio data la loro intrinseca disfunzionalità e pericolosità. Altra caratteristica peculiare dell’alessitimia è la prevalenza di meccanismi difensivi immaturi e disadattivi rispetto alle difese gerarchicamente più mature: scissione, identificazione proiettiva, esternalizzazione ed evitamento sono le più utilizzate. A livelli maggiormente primitivi, vi è un ampio impiego anche di diniego e dissociazione per cui le esperienze affettive presenti e passate vengono rispettivamente agite e riesperite piuttosto che pensate e ricordate.
Alessitimia come disturbo dei domini affettivi

Taylor e colleghi, alla luce di tale insieme di caratteristiche, concettualizzano l’alessitimia come un disturbo dei domini affettivi. L’area maggiormente deficitaria è il dominio cognitivo-esperienziale degli affetti e ciò appare evidente dalla mancanza di riflessione cosciente o di elaborazione cognitiva riguardo alle proprie emozioni nonché dall’assenza di parole e di simboli per i propri sentimenti. Anche il dominio comportamentale-espressivo non funziona adeguatamente, com’è dimostrato dalla rigidità posturale dei soggetti alessitimici, dal loro comportamento affettivo inappropriato, dalla mancanza di espressività del volto. Infine, come già accennato, il dominio interpersonale della regolazione affettiva rimane inutilizzato: l’altro non è visto come fonte di conforto, di condivisione delle emozioni positive o come risorsa di aiuto.
Appare evidente, riferendoci anche alle teorizzazioni di Krystal, quanto sia fondamentale favorire in questi soggetti la messa in moto di un processo di desomatizzazione, differenziazione e simbolizzazione degli stati emotivi. Tale processo, se per alcuni soggetti si è arrestato transitoriamente in seguito a eventi difficili, nei casi più gravi non ha mai avuto modo di svilupparsi correttamente. In entrambi i casi, la psicoterapia e l'arte (auspicabilmente un connubio fra entrambe) possono fungere da ambiente sicuro e da contenitore capace di stimolare e favorire l'esperienza di stati affettivi ancora intollerabili o incomprensibili per il soggetto alessitimico.
Dott.ssa Erika Ferrante,
Psicologa, ASACOM, Psicoterapeuta in formazioneBibliografia parziale e letture suggerite
Caretti, V., La Barbera, D. (2005). Alessitimia. Valutazione e trattamento. Roma: Astrolabio.
Krystal, H (2007). Affetto, trauma, alessitimia. Milano: Feltrinelli.
Schimmenti, A., Caretti, V. (2018). Attachment, Trauma, and Alexithymia, in Luminet, O., Bagby, R. M., & Taylor, G. J. (2018). Alexithymia. Advances in research, theory, and clinical practice. Cambridge: Cambridge University Press.
Taylor, G. J. (1993). Medicina psicosomatica e psicoanalisi contemporanea. Roma: Astrolabio.
Taylor, G. J., Bagby, R. M., Parker, J. D. A. (1997). I disturbi della regolazione affettiva. L’alessitimia nelle malattie mediche e psichiatriche. Roma: Fioriti.




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