top of page

La patologia medica in una prospettiva psicosomatica integrata - Parte I

  • Immagine del redattore: Paola Pellegriti
    Paola Pellegriti
  • 21 set 2020
  • Tempo di lettura: 7 min

Aggiornamento: 11 gen 2021

Psiche e Soma: due facce della stessa medaglia


Il concetto di corpo deriva dal greco soma e sta a indicare non la figura fisica (demas) ma il cadavere, la parte priva di vita della persona. Il corpo può essere reso tangibile dai nostri sensi ed esso stesso ci permette a sua volta di fare esperienza del mondo; in tal senso si può affermare che l’uomo “ha un corpo” ma anche una “rappresentazione psichica del proprio corpo”, rappresentazione non biologicamente innata ma che si costruisce nella prima infanzia andando incontro a modificazioni per

tutto l’arco di vita. Il corpo non è solo un’entità fisica o un fenomeno biologico ma un’elaborata costruzione mentale che nasce e si costruisce all'interno di una matrice relazionale. Per tale motivo si può parlare di funzione comunicativa del corpo, i quanto quest’ultimo nasce non come qualcosa di separato dall'altro ma in stretta relazione con esso ed è infatti all'interno dello scambio con la madre, o di chi si prende cura di lui, che il neonato passa da una prima fase in cui non distingue tra sé e l’altro ad una in cui inizia a costruire la sua rappresentazione corporea. Il concetto di psiche, invece, deriva dal greco psychè e significa respiro, organo fisico vivente, tradotto molto spesso con la parola “anima”. In realtà il termine greco ha più di un significato, ad esempio sostanza vitale o carattere personale, rispettivamente tradotti in romano come anima e animus. Volendo compiere un’integrazione di questi due aspetti appena descritti, si può pensare nuovamente al neonato; questo inizialmente si trova in una condizione in cui i vissuti fisici coincidono strettamente con l’esperienza di sé esclusivamente come corpo. È solo dopo che il bambino riuscirà ad elaborare mentalmente queste sensazioni ora come pensieri, ora come fantasie e sogni, differenziandoli dai processi biologici che ne sono alla base e dando loro un significato psicologico. Insieme a questo processo si costruirà in lui una prima rappresentazione psichica del proprio corpo. Il tutto avviene all'interno della relazione con la propria madre, in cui stimoli fisici ed emotivi hanno il delicato compito di regolare i comportamenti della diade in modo ottimale e reciproco. Inoltre, si può notare come i vissuti psichici e corporei siano inestricabilmente legati tra loro fin dall'inizio delle nostre esistenze e che ciò che noi identifichiamo come corpo esperisce le stesse vicende relazionali ed emozionali della mente. Malgrado questo, fin dagli albori, la medicina e la psicologia hanno improntato i loro studi rispettivamente sul corpo e sulle attività mentali. Un fatto apparentemente paradossale è che nel periodo classico preomerico la mente e il corpo stavano a indicare non una dicotomia, bensì erano un modo storico e culturale di definire l’essere umano come unità, concetto riassunto dal termine della filosofia greca physis. Il problema della differenza tra mente e corpo e del loro rapporto è nato dal pensiero di Platone, il quale ha dato il via all'approccio dualista tipico della cultura occidentale introducendo il concetto di una separazione tra l’anima e il corpo. Infatti, se i filosofi a lui precedenti avevano cercato di spiegare l’esistenza attraverso un principio unico, egli mise al centro del suo pensiero la divisione tra il mondo delle idee (èidos) e quello della materia (caos) distinguendo così il sensibile dall'intellegibile e arrivando poi alla massima espressione del dualismo occidentale con il pensiero cartesiano in cui la res extensa (la materia) è separata e dalla res cogitans (la mente, il pensiero). Questa impostazione dualista è giunta fino alla nostra epoca favorendo un modello scientifico determinista e meccanicista che vede, ancora oggi, l’uomo come un insieme di organi e funzioni da studiare separatamente e, con strumenti differenti senza dare rilievo alla sua unicità. È ingenuo oggi pensare ancora ai concetti di mente e corpo come opposti in cui uno è causa o effetto dell’altro, poiché nella realtà sono due aspetti dello stesso organismo, dato che proviene proprio dalle attuali concezioni di malattia che si traducono in un’unità psicosomatica che richiede un approccio multidimensionale. Entrambe le dimensioni sono simultaneamente presenti sia nel concetto di salute che in quello di malattia ed è per questo che ogni malattia può essere considerata psicosomatica, o per dirla con le parole di Alexander:

Fenomeni psicologici e somatici si manifestano nello stesso organismo come due aspetti di un unico processo.

Anche la ricerca sulla eziopatogenesi viene danneggiata dal momento che gran parte delle malattie presenti nella società occidentale ha un’origine multifattoriale, a dimostrazione di questa realtà clinica si è osservato che sono i pazienti stessi a rimanere insoddisfatti dal poco interesse della medicina moderna per l’individualità del soggetto. Riferendoci alla genesi delle varie patologie, l’attenzione sul singolo fattore fisico interessato (organo, batterio ecc.) ha come risultato quello di non prendere in considerazione il coinvolgimento di tutto l’organismo e il suo rapporto con l’ambiente esterno, i fattori emotivi, relazionali e sociali dello specifico individuo. È a questo proposito che Engel (1977) si esprime:

Oggi, il modello dominante di malattia è quello biomedico, con la biologia molecolare come sua disciplina scientifica di base. Questo modello assume che la malattia sia completamente spiegata dalle deviazioni rispetto alla media di variabili biologiche (somatiche) misurabili. Non lascia spazio, al proprio interno, alle dimensioni sociali, psicologiche e comportamentali di malattia. […] In questo modo, il modello biomedico abbraccia il riduzionismo, la visione filosofica secondo la quale i fenomeni complessi derivano in ultima analisi da un singolo principio primario.

In tal senso, si può concludere affermando che la mente e il corpo non

dovrebbero essere considerati in chiave antinomica, poiché rappresentano concetti

complementari in grado di spiegare la sfaccettata e caleidoscopica esperienza umana.

Infatti, come ha detto Ignacio Matte Blanco (1984), non si può fare a meno di uno dei

due concetti quando si deve definire l’altro.


Il trauma e il corpo


Ogni essere umano abita un corpo che gli appartiene e che rappresenta il centro di ogni esperienza e rappresentazione del Sé. Come scriveva Bessel Van Der Kolk (1994), the body keeps the score , ovvero "il corpo accusa il colpo”, poiché il trauma, che sia quello precoce o quello subito in età adulta, causa un insieme di ripercussioni psicobiologiche che si riflettono in ricadute in ambito psicosomatico, danneggiando inoltre la continuità del Sé e la fiducia dell’individuo verso il mondo e le relazioni. Da quanto esposto finora, appare chiaro come il corporeo, nella misura in cui rappresenta il canale privilegiato degli scambi affettivi fin dalla nascita, sia un elemento

essenziale dello sviluppo psichico e somatico dell’individuo. A tal proposito, Borgogno

(1999) afferma che:

Il trauma è qualcosa di aggiuntivo e diverso proveniente dall'esterno, che coglie un corpo e una mente non preparati.

Il trauma, dunque, innesca nel corpo e nella mente, una falsa integrazione in cui prevale il funzionamento patologico ora del primo, ora della seconda. Le emozioni, costituendo il perfetto interstizio fra le attività organiche e l’attività mentale, sono vissute esclusivamente ad un livello primitivo sensomotorio, in assenza di un’elaborazione e differenziazione cognitiva. In tal modo, la traccia mnestica del trauma permane a livello corporeo, senza essere integrata all'esperienza, compromettendo l’appropriazione, da parte del soggetto, del proprio corpo e della propria mente. Tanto più precoce e travolgente è stato il trauma, tanto più la persona avrà difficoltà a contenere l’angoscia di annichilimento e di perdita del Sé, pericoli dai quali tenterà di difendersi per tutto il ciclo di vita. Nelle situazioni in cui l’integrità psicosomatica risulta compromessa, la codifica dell’esperienza avviene esclusivamente a livello corporeo, sostituendo la codifica e l’elaborazione psicoaffettiva. È a questo proposito che si parla di aree mentali alessitimiche, ovvero aree in cui le emozioni non vengono rappresentate attraverso l’uso di immagini e parole bensì sono vissute come sensazioni somatiche. Da un punto di vista organico, ciò comporta un aumento dei livelli di attivazione del sistema nervoso autonomo e quindi una compromissione del processo di elaborazione degli affetti (Taylor, Baby, & Parker, 1997). Al contrario, in condizioni normali di sviluppo, la sfera corporea rappresenta il “primo traduttore” in grado di dare significato ai contenuti affettivi, permettendo un’integrazione psicosomatica. Il trauma, di contro, provoca un ammontare affettivo eccessivo e non rappresentabile. Così, il corpo e il funzionamento fisiologico diventano gli unici canali attraverso cui l’individuo percepisce le memorie traumatiche non mentallizzate e non mentalizzabili. Detto in altre parole, la vulnerabilità psicosomatica origina “dal mancato passaggio dal registro puramente somatico a quello anche mentale ”, esponendo il soggetto al rischio di sviluppare una patologia organica. Il trauma, infatti, è “lo scollamento della mente dal corpo, e del corpo dal mondo".

  • Per leggere la seconda parte dell'articolo clicca QUI

Dott.ssa Paola Pellegriti,
Psicologa, Psicoterapeuta in formazione

Letture consigliate e cenni bibliografici


Alexander, F. (1950). Psychosomatic medicine: its principles and applications. W W Norton & Co.

Baldoni, F. (2010). La prospettiva psicosomatica. Bologna: il Mulino.

Bonadonna, G., Robustelli Della Cuna, G., Valagussa, P., (2017). Medicina oncologica. Ottava edizione. Elsevier, Milano.

Borgogno, F., (1999). Psicoanalisi come percorso. Bollati Boringhieri, Torino.

Canal, N., Ghezzi, A., Zaffaroni M., (2011). Sclerosi multipla. Attualità e prospettive. Esevier, Milano.

Caretti, V., Craparo, G., Schimmenti, A. (2013). Memorie traumatiche e mentalizzazione. Teoria, ricerca e clinica, Roma: Astrolabio.

Caretti, V., La Barbera, D. (2005). Alessitimia. Valutazione e trattamento. Roma: Astrolabio.

Caretti, V., Craparo, G. (2008) Trauma e psicopatologia: un approccio evolutivo-relazionale. Roma: Astrolabio.

Fonagy, G., Gergely, G., Jurist, E.L., Target, M. (2005). Regolazione affettiva, mentalizzazione e sviluppo del sé. Milano: Raffaello Cortina.

Porcelli, P. (2009). Medicina psicosomatica e psicologia clinica: Modelli teorici, diagnosi e

trattamento. Milano: Raffaello Cortina.

Schimmenti, A., Caretti, V. (2018). “Attachment, Trauma, and Alexithymia”, in Luminet, O., Bagby, R. M., Taylor, G. J. (2018). Alexithymia. Advances in research, theory, and clinical practice. Cambridge: Cambridge University Press.

Solano, L. (2013). Tra mente e corpo: come si costruisce la salute. Milano: Raffaello Cortina.

Taylor, G. J. (1987). Medicina psicosomatica e psicoanalisi contemporanea.

Roma: Astrolabio, 1993.

Taylor, G. J., Bagby, R. M., Parker, J. D. A. (1997). I disturbi della regolazione

affettiva. L’alessitimia nelle malattie mediche e psichiatriche. Roma: Giovanni

Fioriti, 2007.

Van Der Kolk, B. (2014). Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello

nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Milano: Raffaello Cortina, 2015.

Commenti


Modulo di iscrizione

Il tuo modulo è stato inviato!

  • Facebook
  • Instagram

©2020 Spazi del Sé

bottom of page